Nel pilot della nuova serie Tv di Amy Sherman Palladino, The Marvelous Mrs Maisel, la protagonista, Miriam Maisel, casalinga benestante nella New York del 1958, dà la buonanotte al marito e solo quando lui si addormenta corre a struccarsi, mette i bigodini e la crema sul viso. Al mattino si sveglia all’alba, toglie i bigodini, si trucca, mette il rossetto e torna a far finta di dormire in attesa che lui si svegli e la veda bellissima. Sarà anche un rito da casalinga americana degli anni ’50 raccontato amabilmente da una serie Tv ben riuscita, ma questo rito non è poi così lontano da noi se si legge fra le righe. È nel DNA della cultura femminile inseguire la bellezza a tutti i costi, anche se questo vuol dire farsi ritrovare con i capelli perfetti persino al risveglio. È quasi un bisogno primordiale quello di badare al proprio aspetto fisico e colpevolizzarsi se questo non soddisfa le proprie aspettative e quelle di chi ci circonda.

Di questa difficoltà a scendere a patti con la bellezza parla Beauty mania. Quando la bellezza diventa ossessione, il saggio di Renee Engeln, docente universitaria di Piscologia di genere alla Northwestern University e alla Loyola University, edito da Harper Collins. Un viaggio monumentale, per contenuti e messaggi, nella malattia della bellezza, cioè la convinzione rinforzata in anni di storia al femminile secondo cui

la principale valuta di scambio femminile è risultare piacevoli agli occhi del prossimo.

E nulla ha potuto ancora il nuovo femminismo contro questa sudditanza. Va bene l’intelligenza, lo studio, la posizione che si ricopre e la famiglia, ma è necessario che ogni donna dedichi al suo aspetto fisico buona parte della sua vita nel tentativo di inseguire e copiare gli ideali di bellezza preconfezionati da media, pubblicità e credenza popolare. Siamo ben oltre la semplice vanità, il cuore della questione è che specchiandoci vediamo una realtà filtrata da input culturali, commenti esterni e preoccupazioni personali, come sottolinea la Engeln. La percezione distorta del proprio aspetto diventa una costante innegabile della vita di ogni donna, una malattia. Non c’è da meravigliarsi, allora, se nella recente presa di posizione contro il movimento #Metoo di alcune donne dello spettacolo e della cultura, l’accusa massima tirata fuori da una commentatrice italiana tocca proprio queste corde. Le donne che denunciano le aggressioni sono

“donne incattivite, poco sensuali, poco sexy e solitarie”

Il messaggio è questo: siete donne? L’obiettivo non è farvi rispettare, crescere, discutere, capire, ma essere buone, sensuali e sexy.

L’ossessione per la bellezza passa anche per la magrezza

La normalità, così come intesa dal buon senso, viene sostituita da aspettative irreali e malate fornite dalle donne in primis. L’ossessione per la magrezza, per esempio, è sempre in prima fila. Siamo tutte oggetto di valutazioni costanti sul nostro aspetto fisico dal momento che la magrezza stessa è un valore importante per la nostra società. E per quanto si parli di sensibilizzazione sui temi dei disturbi alimentari, sull’accettazione di sé e di prevenzione del body shaming di cultura americana, i magazine femminili (e il Web) sono pieni di consigli per dimagrire, per disintossicarsi, e la parola detox è sempre in prima pagina per attirare l’attenzione. Ogni foto di una ragazza sovrappeso comporterà le discussioni dei troll nei commenti dei social network su quanto faccia male avere qualche chilo in più e che l’obesità è una malattia; le donne continueranno a trovare nomignoli perfidi verso chi non indossa la taglia 38, come il Peppa Pig di cui sono stata testimone anni fa affibbiato ad una over 46.

Sempre nell’episodio pilota del delizioso The Marvelous Mrs Maisel la madre di Miriam elargisce una perla di saggezza eccezionale quando parla della nipotina, colpevole di avere (ad un anno circa) la fronte troppo grossa.

It’s easier to be happy when you’re pretty

Questa volta non è difficile immaginare di contestualizzare la frase nel XXI secolo e Renee Engeln fornisce subito i dati esplicativi: test e studi condotti con le sue studentesse, perfettamente circostanziati nelle pagine del libro, dimostrano che la convinzione più comune è che rispecchiare il canone di bellezza attuale significa essere trattate meglio e, quindi, essere più felici. E se l’obiettivo per essere felici è irrealizzabile? Il problema è tuo. È bello, allora, vedere le donne dello spettacolo scendere in campo e costruire un movimento contro gli abusi e le violenze (come nei recenti Golden Globes), ma tanto il pubblico medio ricerca le rughe, i segni dell’acne e ti definisce vecchia o tirata a seconda delle tue scelte estetiche.

La complessità dell’insoddisfazione non riguarda, però, solo il peso. Nella rosa delle ossessioni ci sono anche i capelli, la pelle, l’altezza, la femminilità e il risultato è che l’intero corpo femminile è il peggior nemico di ogni donna e questa realtà diventa certezza proprio con i dati che Beauty mania fornisce. E quando una donna cade nel tranello del giudizio cosa succede? Si sminuisce il problema sostenendo che le donne intelligenti non dovrebbero dipendere così tanto dall’estetica. Ecco a voi il senso di colpa, altro compagno di vecchia data di ogni donna sulla faccia della terra.

L’ossessione per l’estetica diventa ostacolo per la parità di genere

Qual è, però, il nodo cruciale di questa conversazione sulla malattia della bellezza?

La malattia della bellezza è un ostacolo alla parità di genere

cioè l’ossessione per la bellezza e la necessità di essere sempre belle ci distrae da obiettivi più grandi e più importanti, nonché una minaccia per la salute mentale e fisica delle donne. Donne di ogni generazione affascinate dal mito della bellezza affrontano ogni giorno i loro pori, la pelle lucida e le occhiaie come se fossero i loro peggiori nemici. La cultura della bellezza online ha prodotto donne che giudicano con competenza il trucco in ogni foto pubblicata sul web, ma che hanno ben in mente cosa è accettato e cosa e no, sempre in virtù dei canoni socialmente accettati. Il make-up diventa, allora, terreno di scontro giornaliero di donne arrabbiate, una lotta intestina tra le fazioni “poco trucco è meglio” o “con così tanto trucco sembri un trans”, l’offesa più gettonata della commentatrice media dei social network. E se non ti trucchi? Per alcune sei libera, per altre sciatta e non vali abbastanza come donna. Non esiste una via di mezzo conciliate, un “ma fate un po’ come volete”.

Beauty mania di Renee Engeln dà il giusto nome alle cose innescando quel circolo virtuoso per cui, se puoi definire un fenomeno e dargli un nome, questo fa meno paura, assume contorni più nitidi ed è anche più semplice dotarsi dei giusti strumenti psicologici e cognitivi per affrontarla. Nel caso della malattia della bellezza si tratta dell’oggettivazione.

Quasi tutte le donne […] sono state trattate alla stregua di un semplice corpo, è una esperienza sociale condivisa che accomuna.

Che la donna in questione sia apprezzata o bullizzata per il suo aspetto non cambia, si tratta sempre di oggettivazione. Sorprendentemente diventa oggettivazione anche la comunicazione dell’industria beauty che negli ultimi anni ha sposato la causa Dove del “sei bella come sei”, ma che nonostante questo continua a propinarci photoshop, soluzioni a difetti più o meno preoccupanti, obiettivi impossibili e, per questo, mette ancora più al centro della discussione il nostro aspetto.

Beauty mania è un vero e proprio lavoro enciclopedico e scientifico, non tralascia nessun ambito e dimostra con estrema accuratezza le ingerenze della malattia della bellezza anche nella vita lavorativa, nelle modalità in cui cresciamo le bambine e su come, involontariamente, incentiviamo la tendenza all’auto-oggettivazione. “Sei bella” è il complimento più amato e il sovrappeso diventa sinonimo di pigrizia poca forza di volontà, come se , nelle parole della Engeln,

il fatto di non essere magre è percepito come un profondo difetto caratteriale.

Il ruolo del femminismo

E in tutto questo che ruolo ha il femminismo? Perché non ci guarisce magicamente dalla malattia della bellezza? Non è così semplice: riesce a renderci meno propense ad accettare gli standard di bellezza imposti, certo, ma nulla può quando siamo davanti allo specchio e partiamo con l’analisi capillare e conseguente valutazione di ogni elemento del nostro corpo. Eppure questo non è un duro colpo per il femminismo, non è una sua sconfitta se continuiamo a paragonarci a modelle e attrici. Stiamo parlando di intervenire sull’intera storia evolutiva della bellezza umana.

In conclusione del suo saggio Renee Engeln fornisce un vademecum molto intelligente sulla prevenzione della malattia della bellezza, ma non c’è inganno. Non si punta certo all’eliminazione totale dell’effetto dell’estetica sulla vita umana

Il punto non è rifuggire la bellezza a tutti i costi, bensì rimetterla al posto che merita

e questa operazione ha un significato diverso per ogni donna. Non è la vanità il nemico assoluto, ma l’idea che il valore delle donne passi anche dalla loro magrezza, dalla pelle levigata, dai capelli fluenti e dall’outfit impeccabile. Non è un atteggiamento da integraliste o femministe arrabbiate, fidatevi, questa si chiama libertà.

Per approfondire

Foto di Alessandra Tecla Gerevini

Oltre la body positivity e l’accettazione di sé: Hunger di Roxane Gay

An epidemic of beauty sickness | Renee Engeln | TEDxUConn 2013