Maggio è una dei mesi in cui le mie origini contadine riaffiorano con tutta la loro prepotenza colorando di vivida semplicità lo scorrere stratificato della quotidianità. Le colline ondeggiano piene di vita sotto l’azzurro più intenso del cielo e il verde brillante s’incorona tonalità più trendy. La natura esplode e il desiderio di felicità si fa esigenza mandando in frantumi le nostre bigie corazze indurite da mesi freddolosi. I miei antenati di Langa, da sempre in ascolto della madre Terra, sapevano riconoscere il ribollire di questa puerile ilarità e hanno ben pensato di creare eventi per esaltarla e apparecchiarla per tutti. Nascono così le feste di paese, gli inni alla primavera, la ribalta di ogni nucleo abitato.

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Illustrazione di ELENA XAUSA

Il tempo, fortunatamente, non ha scalfito con la sua vorace voglia di novità questa tradizione e così, oggi, possiamo godere del tripudio del sollazzo che solo gli happening paesani sanno dare. Si imbandiscono tavole, fioriscono bancarelle, spettacoli ed eventi ma il fulcro è la degustazione, o meglio, il banchettare smodato enologico. Spudoratamente o più velatamente il protagonista è sempre lui, l’unico ed inimitabile Vino, soprattutto il Barbera d’Asti, sinonimo ancestrale della beva piemontese.

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Questo nettare è tra i miei preferiti, anzi, a dirla tutta forse è il preferito, il fido compagno di innumerevoli episodi della mia vita. ‘E anzianotto, vanta natali molto antichi ed è figlio della tradizione contadina. ‘E un po’ ruvido, schietto, sincero e per questo disarmante, proprio come le anime più pure, quelle che coltivano la terra. Fa fiorire sorrisi spontanei, non si fa paranoie, è a suo agio in ogni contesto. Rifulge da solo senza appoggiarsi alle cibarie, esalta il boccone se gli viene accostato, spicca nei momenti sciolti e si fa notare sui tappeti rossi. Si approccia con equilibrio ai sensi, quasi in punta di piedi, e dona un’allegrezza soffice. Fa fluttuare più che bastonarti con arroganza. Può essere infante oppure invecchiato sia in acciaio che in barrique. Non fa storie, non è interessato al contesto, lui rimane se stesso, sempre e comunque, una garanzia di piacere inenarrabile.
Caldo, intenso, estremamente inebriante è immancabilmente foriero di sorriso. Alla vista si presenta peccaminoso, rosso rubino carico, maliardo. Al naso risulta intenso, persistente. Da teenager è vinoso con sentori di ciliegia matura, succosa prugna e bacca scura mentre da canuto prevale la confettura, la frutta sotto spirito e note inaspettatamente balsamiche e speziate. Se vanta trascorsi in barrique ci regalerà anche aromi golosi di cacao, cannella e liquirizia.
Grande è il calore della sua discesa in gola, avvolgente la sua forza. Si presenta pieno, armonico, equilibrato, per poi sbocciare e lasciare traccia persistente in papilla. I suoi tannini dolci e vellutati solleticano il buonumore ed invitano al bis con un’interminabile presenza gusto olfattiva.
Bere Barbera è estremamente affascinante, sa sciogliere i lombi e libera la socializzazione. ‘E un vino truffaldino, intrigante, quasi passionale per la maniera subdola che ha di insinuarsi ed aprire lo spirito.

Illustrazione Martin Sati

Illustrazione Martin Sati

L’ho sempre considerato un elisir con poteri edonistici e lo scoprire, ad una sagra che lo omaggiava, la leggenda a cui si riportano le sue origini non ha fatto che vestire di autorevolezza il mio credo.
Il protagonista è tale Berlicche, diavolo scaltro che pascolava nel Monferrato. Era un burlone, sempre alla ricerca del frizzo e del lazzo, amava la compagnia e la festa. Ne combinava di ogni e portava scompiglio ovunque andasse. Le donne lo adoravano e lo desideravano, languide, in ardente attesa alle finestre. Gli uomini facevano di tutto per averlo accanto perché una serata con lui era garanzia di scintille. Innumerevoli erano le sue bravate e il loro eco era grande.
C’era però un’area, immersa sulle colline, dove Berlicche non era gradito. Sorgeva qui, infatti, un convento e l’abate rettore aveva sprangato le porte al malefico diavoletto. Poteva un semplice divieto scoraggiare il nostro eroe? Assolutamente no! Scaltro come una faina Berlicche fece sua l’arte del travestimento e si propose più e più volte sotto le mentite spoglie di voluttuose fanciulle. I poveri monaci mal resistettero alla tentazione e lo scompiglio si sparse per tutto il convento. L’abate trasalì e intuì chi fosse l’artefice di quel putiferio. Una sera si nascose nel chiostro e all’arrivo della lasciva donzella balzò fuori dispensando sferzate di frusta infuocata. Berlicche, riprese le sue sembianze, sgommò in gran carriera cercando di sfuggire all’aggressivissimo Abate che iniziò a rincorrerlo a suon di frustate. Giunto sulla collina di Castel Rocchero (nel cuore del Monferrato) il nostro diavolo era dilaniato e terrorizzato e, ancor con lustrini svolazzanti alle cosce, si lasciò andare, scaricando la paura in punta di mutanda.
L’effluvio fu epico e ricoprì tutta la collina rendendola terreno fertilissimo, mai visto prima. Qui, una settimana dopo l’evento sbocciò alla vita il vitigno Barbera con i suoi acini blu intenso e tutta la carica di peccaminosa e ilare libidine figlia di Berlicche.
Siate luciferini, brindate oggi con un piacere senza tempo. Buon Barbera d’Asti!

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