Scriveva Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione”: “È mai possibile tracciare una vera distinzione tra i mezzi di comunicazione di massa come strumenti di informazione e di divertimento, e come agenti di manipolazione e di indottrinamento”? Nel nuovo film dei Coen il filosofo tedesco spiega la società ad un affascinato attore di Hollywood rapito da un gruppo di sceneggiatori comunisti con un cane di nome Engels.

È Ave, Cesare! l’ennesimo esempio perfetto del cinema dei fratelli Coen, dove il bizzarro e l’ironico si mischiano indiscernibilmente alle domande fondamentali dell’umanità. Un cinema che è sempre meta-cinema, dove il particolare sta per l’universale, nascosto in un complesso cruciverba, celato in un rebus per esperti e intenditori. Religione, fama, star system, contraddizioni interne al capitalismo danzano in un teatro di posa, sono mascherate dai capricci delle starlette, dalla stupidità del divismo, dalla mercificazione dell’arte. Sempre risultano contare soltanto per ciò che producono in superficie: il sogno, la medicina, l’illusione.

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Cos’altro è il cinema se non la fabbrica dei sogni? Eppure sempre una fabbrica, con le sue regole e i suoi padroni, risate a comando e manovalanze che sgobbano per mantenere intatta l’apparenza di lustrini. Come in tutti i film dei Coen il protagonista è un uomo attanagliato dall’imperativo morale, alla perenne ricerca del “giusto”, anche quando il suo compito è mantenere intatto un circo privo di senso. Edward Mannix, interpretato da Josh Brolin, è l’unico personaggio compiuto, circondato da figure doppie e inconcludenti: la divetta Scarlett Johansson col viso pulito e la coscienza sporca, il bellimbusto George Clooney pavido e remissivo, il ballerino di tip tap Channing Tatum al servizio (segreto) dell’URSS, l’ex mandriano Alden Ehenreich strappato al western per esigenze di copione.

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Non solo ogni immagine è insieme tributo e sberleffo ai cliché di genere, ma rappresenta il piano più superficiale del credo filosofico dei Coen, il loro passare in rassegna ogni possibilità umana di un fondamento – la religione, l’etica, l’economia – che naufraga miseramente nel relativismo e nel personalismo, in fondo nel ridicolo. A restare in piedi è solo chi, come Mannix, ha fede nel reale, chi segue la propria voce interiore e non si lascia dirottare dai sussurri del dubbio.

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A noi altri non resta che ridere (si ride parecchio non c’è che dire), consapevoli di assistere a quello che è un film comico, un trattato di teologia (esilarante la sequenza del confronto cristologico tra le varie confessioni), un bignami del marxismo, un riassunto di storia del cinema, una disquisizione morale. Ma non è forse questo ogni produzione di Joel ed Ethan Coen?
Perché, con buona pace del Professor Marcuse, non è forse proprio possibile distinguere tra i mezzi di comunicazione come strumenti di divertimento e come mezzi di indottrinamento. C’è da dire che talvolta, come in questo caso, non è necessariamente un male.