L’ artista geniale come ogni artista esprime il suo mondo interiore, non tanto per comunicarlo agli altri, quanto per allentare la tensione insostenibile che gli procura tenerlo nascosto. Sta male, deve esprimersi, deve buttare fuori la sua affettività. Lo fa secondo un codice artistico a lui affine, cercando un mezzo creativo efficace. Spesso la sua sofferenza è data dalla sua differenza, dal non poter condividere con gli altri quello che ha nella testa: prende la propria anima e la trasforma in arte per poterla intuire. D’altronde, quando la possibilità di essere ascoltati non si intravede, l’espressione artistica diventa l’unico modo possibile di esistere. La sofferenza è patrimonio di tutti e paradossalmente è la sofferenza stessa a creare l’arte. Per essere geni artistici non credo sia necessario essere matti, bensì diversi e sofferenti a causa della propria unicità con cui si fatica a convivere.


Qualunque sia l’età la gioia ed il dolore sono mescolati: rimani fedele alla gioia e sii pronto al dolore con coraggio.”

Così iniziano le Davidsbündlertänze, una serie di miniature per pianoforte composte nel 1837 da Robert Schumann, tedesco fra i più famosi compositori di musica romantica.

Eccellente pianista e allo stesso tempo paziente psichiatrico.
Probabilmente era affetto da quello che oggi definiamo disturbo bipolare, da sempre noto come psicosi maniaco-depressiva, ossia una di quelle brutte bestie che intacca la sfera psichica del tuo umore, rendendoti a tratti onnipotente e accelerato, a tratti irritabile ed insonne.

Depressione: perdita del sentimento, perdita di tutto, di qualsiasi motivo valido per vivere. Tutto ciò a causa dei capricci di un cervello che non funziona regolarmente. Nonostante la sua intelligenza superiore, la malattia mentale era la sua croce. Meno melodico di Chopin. Meno abituato a controllare le tempeste d’umore, ma comunque ambizioso ricercatore, come la sua creatività geniale esigeva: fu cercando una nuova tecnica pianistica infatti che perse i tendini della mano.

Perché forse è così, a volte bisogna distruggere qualcosa per creare di più, perdere una parte di sé per riappropriarsi di quella nascosta e migliore, voltare la malattia mentale in attenuazione della sofferenza che ne deriva, nel tentativo di ridimensionarne l’impotenza. Distruggendo, l’uomo si difende da qualcosa. Anche se distruggere non è un bisogno primario, lo è creare. Essere psichiatrici infatti non riguarda la dimensione estetica della follia stessa, come se esser matti fosse una scelta radicale e anarchica, per sentirsi migliori, diversi ed unici. Schumann non smise mai di cercare, la sua insicurezza glielo impediva, in modo ancora più forte della malattia. Un vero eroe romantico, molestato e distrutto da una Natura benigna e maligna allo stesso tempo.

Oggi, possiamo chiamarlo come molti altri, uno straordinario Outsider.

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