The weather, (ààààààà.) is your boyfriend (ààààààà.) on a Saturday

di Donna Barbuta.

“La prima volta che ho sentito Ariel Pink mi trovavo in una casa sporca e incasinata di Bruxelles. Fuori pioveva duro, non avevo ancora trovato casa e avevo cucinato degli osceni spaghetti ai pomodori e mozzarella Lidl, per gli amici che mi ospitavano. C’è da dire che loro avrebbero apprezzato anche un piatto di pasta scotta al ketchup. Una di quelle schifezze che la maggior parte di noi ha fatto nella sua infanzia e di cui ora è meglio tacere, ma che, comunque, ricorda volentieri con quella lacrimuccia malinconica che scende sul viso mentre pensa a quel bel periodo.

Partì in quel momento dallo stereo, sporco di birra e di chiazze di vernice acrilica, la canzone che finì per riecheggiarmi all’ infinito nelle orecchie per anni e anni a seguire: Life in L.A. Cominciava con qualcosa tipo l’imitazione malfatta del suono del vento, per annunciare un prestigioso motivetto stonato suonato da uno strumento ignoto che poteva essere quello di un messicano ad una sagra cinese. Ad accompagnare questo ritmo una batteria che pareva un singhiozzo che usciva dalla bocca. Una vera catapulta, in un attimo mi sembrava di rivivere quella sensazione da viaggio sul sedile posteriore, con la puzza di Volkswagen di quando, la mia altezza, non arrivava ancora al metro e una fava.
Uno di quelli in cui, i tuoi genitori, ti caricavano in macchina per giorni e giorni, facendo infiniti giri spiaccicati al finestrino a guardare fuori quei paesaggi dove adesso, ti puoi solo sognare di tornare. E con l’autoradio che pompava le loro migliori cassette hippy americane.

La copertina del cd sembrava disegnata da un bambino troppo felice per andare a scuola, che preferiva starsene a casa appollaiato sotto al tavolo a fare disegni satanici col ketchup dei suoi spaghetti infelici. Un disco, che pareva registrato sotto le coperte prima di andare a letto, carico di tutte le gioie e frustrazioni accumulate nella tua giornata più standard. Amore al primo crampo d’ansia.
Poi, cinque anni dopo, il solito e devastante tour annuale a trovare i compagni francofoni e tra una birra e altre venti birre mi dissero che nel weekend ci sarebbe stato Ariel Pink’s Haunted Graffiti (suo nome per esteso, ndr.) a suonare sotto al ponte della stazione nord. Daje! Potevo finalmente godermi Ariel live che registra meticolosamente su cassetta, ogni suono e strumento singolarmente su un traccia audio, per poi ricantarci sopra in uno dei suoi ululati stonati post-sbornia dopo essere stato scaricato dalla cheerleader più figa della scuola. Niente di tutto ciò, mi sono ritrovato solo un sound terribile e dei belga impazziti che pogavano a caso. Sbronzo che faceva quasi schifo, Ariel ha suonato con la sua band tutte le sue canzoni simil punk e solo una dell’ album Worn Copy. Il sogno sembrava morire lì, proprio dove era nato.


Quest’anno la rivincita, Ariel suona un sabato a Milano in occasione di Audiovisiva. E ad aprire le danze giusto, giusto quel secco di Arto Lindsay.
A questo giro non ho pretese, mi incuriosisce di più vedere cos’ è diventata la mia one-man-band preferita, che mi ha fatto scoprire una miriade di musicisti spessi e da cui hanno preso spunto per la loro musica.
Stavolta era vergognosamente sobrio. Zero impennate e calci volanti.
Ovviamente non ha minimamente suonato Life in L.A. rianimando il motore del mio furgone Volkswagen.
Eppure tornando a casa in auto quella sera tutto desolato non ho potuto fare a meno di tirare giù il finestrino e fischiettare quella melodia: “The weather, (ààààààà.) is your boyfriend (ààààààà.) on a Saturday. Stay in bed…”


Foto di Silvia Ponzoni