Louis Kahn.

“Nella confusione apparente di questo mondo misterioso gli individui sono così bellamente inseriti in un sistema ed i sistemi l’uno nell’altro e nel tutto, che, solo con il distorgliersene un istante, ci si espone al rischio di perdere il proprio posto per sempre.
Come avvenne a Bartelfield, si può divenire, per così dire, dei fuorilegge dell’universo.”

Questo l’inizio di uno dei capitoli di “Iperboreo iperboreo”, biografia scritta da Ugo Rosa, dove si accavallano una serie di concetti come l’inesistente, il principio e l’astoricità che hanno accompagnato lo stile, se così si può chiamare, di uno degli architetti più ingenui della storia: Louis Kahn.

Non è facile, studiando, rimanere affascinati dalle sue architetture, specialmente se ti inculcano i principi del “moderno” di Mies e Le Corbusier, dicendo che poi si passa all’International Style che è un gran caos, senza approfondire quel lasso di tempo, “non tempo” in cui una personalità come la sua si pone al di sopra di tutto.
Il tempo, la storia, la morte non trovano spiegazione, sono soltanto un’evoluzione, c’è un inizio, ma non c’è una fine e tutto rimane sospeso e riassemblabile nel tempo.

Fuorilegge come fuori da qualsiasi cosa.Il museo è un “nowhere”, ma è in fondo il nowhere proprio del nomade e testimone di una sorta di deflagrazione della storia, perché è li che essa accumula i suoi detriti, che vi si accatastano alla rinfusa, ma senza trovarvi, in realtà, né pace né dimora.
In quanto fuorilegge, Kahn è come un “apriscatole nel supermercato della vita” e la sua purezza lo ha portato a non arrendersi mai e sparire, silenziosamente, in una stazione di New York.