Arena Civica, 5/07/2011 – Milano.

Il live report l’hanno già scritto in parecchi, con nemmeno troppa originalità. Penso che se sostituissimo i nomi con quelli di altre band, potrebbero andare bene comunque. Il mio day report è una cosa che va un po’ oltre, nel bene o nel male (per chi preferisce la seconda opzione suggerisco di interrompere la lettura e di andare qua), e non aspettatevi una visione imparziale. Detto ciò, sarebbe stupido non parlare di un concerto senza menzionare le ore che lo precedono. Il concerto è il culmine di una giornata. In questo caso è stata una giornata trascorsa in fila. Ci poteva andare peggio: siamo stati seduti (per terra) all’ombra di un porticato, intorno alle 13:00 eravamo in 7. Torniamo un attimo indietro, solcato l’ingresso di Parco Sempione ci danno il benvenuto un buon numero di tourbus, la loro presenza è sempre una cosa positiva, finchè c’è tourbus c’è speranza (qualcuno mi disse un giorno) ed una proverbiale nonchalance nel mantenere un’espressione impassibile mentre si cammina di fianco al chitarrista della band preferita. La giornata scorre tranquilla, tra incontri con gli amici che vedi solo ai concerti, due sigarette (avevo smesso), una modesta quantità di dolcetti e bibite gassate a base di caffeina (avevo smesso) perchè l’ansia pre-concerto gioca brutti scherzi. Nel frattempo gli Arcade Fire si palesano di fianco ai loro tourbus e si fanno fotografare con i fedelissimi. Le nostre eroine (ovvero io e la mia compagna d’avventura) intanto facevano la fila in piedi (è bastato che se ne alzasse uno e tac, tutti stipati) e dopo un’interminabile ora sotto il sole delle 19:00 meneghine hanno messo a frutto le loro doti da velociste per raggiungere il sofferto obiettivo: la prima fila centrale. Peccato, già occupata. Dopo un piccolo accordo con un palese angelodelparadiso che consisteva in “senti io sono qui al 95% per il secondo gruppo di supporto, mi concederesti la prima fila per quando si esibiranno e basta?” è ora della prima band: Cloud Control. Troverete un po’ di bio qui.

Sono nuovi, australiani, ed hanno stupito positivamente, a sentire dagli applausi, il pubblico dell’Arena Civica con il loro stile fresco ed un po’ world music che se i Local Natives avessero raggiunto lontamente il successo che meritano, si potrebbe dire che questi Cloud Control siano i loro eredi in musica. Sono quattro elementi dotati di donna tasterista, all’occorrenza cantante e tamburellista, spontanea e naturale, su di un palco dall’altra parte del mondo, di fronte ad un pubblico moderatamente vasto. Il bassista batte le bacchette contro una custodia con tutta la sua forza, come fosse l’ultimo concerto.

Cambio palco, la band di Harry McVeigh esordisce con Farewell To The Fairground. I White Lies in totale suonano 9 pezzi, 5 dal primo disco e 4 dal secondo (i 3 singoli più The Power & The Glory – futuro singolo?). Il frontman come molti hanno notato sembra più uscito da una festa di matrimonio che da un backstage, il contrasto con i bandmates in canotta o t-shirt non aiuta ma piace anche per questo. Il concerto è un’occasione speciale, e come tutte le occasioni speciali merita un abbigliamento consono (eccezion fatta se sei batterista o suoni strumenti impegnativi, ma se canti e strimpelli la chitarra va più che bene). E che devo dirvi, dalla mia prima fila lo spettacolo è stato grandioso, ogni volta è come se fosse la prima, ed essendo ormai arrivata ad 11 temo non ci farò mai l’abitudine. Nel frattempo le zanzare arrivano in massa e le salviette repellenti si piegano alla potenza dei malvagi insetti. Il prurito ed il fastidio ormai diventano parte integrante della serata ed aspettiamo gli headliner.

Arcade Fire: arrivano in 7+1, splendidi e talmente belli da sembrare finti. Le donne in elaborati abiti luccicanti, gli uomini in affascinanti outfit dall’apparenza trasandata. Win Butler, sul palco marito, fratello e polistrumentista, accompagnato dal braccio destro nonchè moglie, appunto, Régine Chassagne, e dall’altro braccio destro Will Butler. Giochi di luci, di proiezioni, telecamere e maxischermi a simulare le entrate dei teatri americani. Il pogo si fa esagerato, molesto, insopportabile. Seconda fila addio, si ripiega sui lati. Tutto è più chiaro, definito, gli 8 canadesi coinvolgono anche a questa distanza e viene da pensare “ecco perchè tutti stravedono per loro”. I pezzi sono tanti, 17, e Win dimentica il testo di Crown Of Love, e siccome non vogliamo farci mancare niente, perchè non fare arrampicare Will Butler a metà altezza del palco senza un minimo di prudenza, o senno, o amor proprio? Infatti. Ma non basta, perchè Will attorno a sè ha legato un tamburo che scaglia sul palco non colpendo nessuno, fortunatamente. Gli Arcade Fire sono 2-3-4 band in una, 2-3-4 talentuosissime band, la sensazione è di avere troppe cose da vedere, da sentire, da percepire, ma che invece di confondere inebria, invece di spiazzare incuriosisce, che “valsa la pena” assume significati ben più ampi. Andateli a vedere. Di corsa.

Grazie ad Alessandra per le dritte arcadefiresche, e ad Andrea per le foto.