Io non sono una persona che fa caso alle cose che le succedono.

Avete presente quelli che dicono che si gonfiano se mangiano la mozzarella o quelli che notano il dolore alle ossa al cambiare delle stagioni, o la perdita di capelli d’autunno? Ecco, io magari mi gonfio, ho dolore alle ossa e trovo più capelli sulla spazzola, ma non ci faccio caso. Non metto in connessione tutte queste cose. Mai.

Ho dei fastidi, mi lamento, provo a porvi rimedio. E finisce lì. Poi me ne dimentico.

Per molti anni il ciclo non è stato un problema. Prendevo la pillola (l’ultima, meravigliosa, era la Zoely della Teva) per tenere a bada le mie ovaie micropolicistiche che abbinate a una serie di altri problemi mi portavano cicli molto irregolari e decisamente, decisamente dolorosi (ah, quella volta che sono finita all’ospedale a Torpignattara!).

Un anno fa ho preso la decisione dei miei 30 anni: interrompere la pillola. Non ero pronta a essere madre, e volevo lasciare la decisione se diventarlo o meno al destino.

Mi sono messa alla ricerca di una app per monitorare il ciclo.

Ne avevo provate diverse che avevo trovato graficamente sgradevoli o semplicemente inutili. Inutili per me che non ho mai avuto un ciclo regolare e che non no bisogno di un’applicazione che mi tenga il conto dei 28 giorni, perché io -quei 28 giorni- di solito li supero, e di molto, prima di avere di nuovo un ciclo.

Ho deciso di scaricare Clue, che si presenta non solo come un tracker del ciclo, ma anche dell’ovulazione e di tutta una serie di altre cose (mal di testa, desiderio sessuale, gonfiore, stanchezza etc…). Io -lo dicevo- non sono una persona che fa caso alle cose che succedono. Prima di Clue sapevo di avere un ciclo irregolare, ma non avrei saputo dire quanto irregolare, non avrei ricordato i dolori e tutti gli altri sintomi.

La parte che mi ha aperto gli occhi è la sezione “La scienza del ciclo”: una sorta di Bignami del corpo della donna, con descrizioni accurate e precise delle varie fasi del ciclo. Sì, potevo anche studiare tutto su Wikipedia, ma Clue ha la capacità di spiegare molto bene, e di tenere tutte le informazioni di cui hai bisogno dentro la app.

Ho capito di non conoscere quasi per niente il mio corpo.

Ho capito che il mio corpo è diverso da quello “standard” che veniva raccontato. E ne sono rimasta molto, molto stupita.

Annotando i gonfiori, i mal di testa, la tristezza e così via, sono riuscita a capire le mie fasi del ciclo, quelle fasi che solo io, iniziando a conoscermi, potevo registrare e decodificare. Poi a un certo punto ho fatto la scoperta più grande: un ciclo di 64, 68 o addirittura 72 giorni non è semplicemente lento, non è normale.

Potevo capirlo prima, ma forse la superficialità e l’incapacità di far caso a tutto questo, mi aveva fatto credere che, semplicemente, avevo quello che tante altre mie amiche hanno: un ciclo irregolare. E invece no, vuol dire che c’è qualcosa che non va e che il “smettiamo la pillola e vediamo che succede” è inutile quanto dannoso.

Perché ora che non uso più la pillola i miei problemi sono peggiorati, sono tornati i dolori, vivo l’arrivo del ciclo con ansie e paure, portandomi dietro ogni medicinale possibile e rischiando ogni volta di restare costretta a letto.

Sei mesi fa, con i dati della mia app in mano, vado dalla mia ginecologa (all’AIED di Roma, che non smetterò mai di consigliare). Lei controlla tutti i sintomi e i problemi e mi chiede qual è il mio obiettivo.

La risposta è facile: ciclo regolare, 28 giorni.

Lei mi prescrive un integratore. Non farà effetto prima di 2 o 3 mesi, mi dice. Non ho fretta, rispondo. Tanto se viene viene. Ma non viene proprio nulla, neanche il ciclo. E passa un sacco di tempo, troppo.

La mia app festeggia il suo primo anno sul mio cellulare e io faccio il bilancio dei miei cicli: 6 in 12 mesi.

Quando torno dalla dottoressa per la visita di controllo lei scuote la testa: quell’integratore non è sufficiente per me (e neanche per le mie tasche: 25 euro per una scatola che dura 3 settimane e la quantità di test di gravidanza fatti quando iniziavo a superare i 60 giorni). Bisogna decidere cosa fare, e lei inizia con una domanda:

Vuoi avere dei figli ora?

Io non sono pronta a rispondere. Sì, no, ma non si può vedere se vengono, dei figli? Non può decidere il destino? Mia madre ha fatto così, le mie nonne hanno fatto così. No, non si può, bisogna prendere dei medicinali per farsi venire il ciclo, poi altri medicinali per ovulare, poi altri ancora per costruire un ambiente idoneo a ricevere e far crescere il feto. Nel mio caso per avere dei figli niente è lasciato al caso. 

Speravo che fare dei figli fosse un percorso facile, veloce, speravo di non dover decidere davvero.

Non ho uno spiccato istinto materno, non ho mai pensato che solo la nascita dei figli avrebbe dato senso alla mia vita, ho sempre immaginato di averne, ma non mi ha mai spaventato l’idea di non riuscirci. Forse perché ho sempre dato tutto per scontato.

E ci voleva una app per mettermi in guardia, per capire che conoscere il proprio corpo -davvero- è fondamentale per la propria salute e per prendere delle decisioni consapevoli.

Quella notte non ho dormito per la paura. E la mattina sorridevo ripensando alla notte in bianco. Sorridevo perché mi facevo tenerezza.

Perché forse, smettere di lasciare tutto al caso è la cosa migliore che potesse capitarmi.

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Illustrazione di Roberta Zeta.

Nb: in alcun modo questo articolo vuole offendere o urtare la sensibilità di chi sta sta riscontrando difficoltà, anche con aiuto medico, a portare avanti una gravidanza. Spero che questa mia precisazione sia in realtà superflua, ma visto l’argomento delicato metto le mani avanti. Entrambe le mani. Avanti.