Any Other

© R. Amal Serena

Questa storia ha come eroina una giovane donna di Verona che, imbracciando la sua Fender Jazzmaster, riesce a imbastire un sound che sembra provenire da Boise, Idaho, la città dei Built to Spill. E, in effetti, il destino della ventunenne Adele Nigro, la frontwoman degli Any Other, si intreccia con quello della band di Doug Martsch anche per un altro piccolo dettaglio: è nata lo stesso anno di uscita di There’s Nothing Wrong with Love, immenso disco degli anni Novanta.
Di buon diritto tra le migliori uscite del 2015, invece, va a incastonarsi Silently. Quietly. Going Away, il debut che gli Any Other hanno licenziato per l’etichetta Bello Records. Complesso, riuscito e convincente, è un lavoro traboccante sicurezza e personalità e ho avuto il piacere di ascoltarlo live nella data romana della band. Un live da veri kick-ass, per giunta.
Il mio personalissimo parere? Quello composto da Adele Nigro, Erica Lonardi e Marco Giudici è un trio di professionisti che avrebbero un bel po’ di cose da insegnare a ben più navigati colleghi.
Uno dei miei sogni a occhi aperti, quando avevo all’incirca l’età dei protagonisti di questa storia (tutti poco più o poco meno che ventenni), era di suonare la batteria nei Modest Mouse, seguito solo da quello di poter rendere onore a una Fender Jazzmaster suonandoci cose bellissime. Leggendo l’intervista che segue capirete perché Erica e Adele sono riuscite dove i miei sogni si sono miseramente infranti e con quanto orgoglio posso invidiarle nowadays. E perché anch’io, ormai, non faccio che ripetermi: «I have to grow up / I really have to / Though I don’t know how to make it».

La copertina di Silently. Quietly. Going Away degli Any Other

La copertina di Silently. Quietly. Going Away

L’intervista.

Cosebelle: Silently. Quietly. Going Away è una bella montagna russa, tra spinte repentine e baie tranquille come, per esempio, Sonnet #4. L’impressione che mi ha dato è di un disco che si svela a poco a poco, come se aveste voluto dipanarlo senza fretta. Che rapporto vi piace instaurare con l’ascoltatore?
Adele: Essendo un’ascoltatrice anche io, cerco più o meno di scrivere pezzi in linea con quello che mi piace ascoltare. Mi piacerebbe che chi ci ascolta si sentisse legat* a noi e al nostro disco come io mi sento legata a certi dischi che mi hanno fatta crescere.

CB: La prenderò piuttosto alla lontana: sul vostro SoundCloud ho ascoltato la cover di Polar Opposites. In Silently. Quietly. Going Away riecheggia nitidamente l’influenza artistica di Isaac Brock e di Doug Martsch. In chissà quanti vi hanno accostati ai lavori dei Modest Mouse e dei Built to Spill. Come vi ponete rispetto a questo paragone?
Adele: Quello a Modest Mouse e Built to Spill è uno dei riferimenti più ricorrenti, e ne sono molto contenta. Sono due dei miei gruppi del cuore e quando ho iniziato a suonare la chitarra mi esercitavo soprattutto sulle loro canzoni. Mi rendo conto che “stilisticamente” possano tornare parecchio nel mio modo di scrivere e di suonare.

CB: «A teenage dream’s so hard to beat», cantavano gli Undertones quasi quarant’anni fa e una canzone del vostro disco, Teenage, è dedicata proprio all’adolescenza. Quanto vi sentite immersi nella vostra età e quanta adolescenza c’è in Silently. Quietly. Going Away?
Adele: Teenage è dedicata all’adolescenza ma in maniera un po’ amara: in realtà parla non solo di quando si sta “male”, ma anche di come le persone intorno a te pretendano che tu stia bene. Di adolescenza comunque nel disco ce n’è molta, visto che i pezzi li ho scritti tra i 18 e i 20 anni. Ora ne ho 21, quindi di tempo non ne è passato tantissimo, però sento l’adolescenza come qualcosa di passato, di ormai lontano – e quindi mi relaziono a queste canzoni in maniera un po’ diversa rispetto a quando le ho scritte.

Any Other live @ Le Mura | Roma

Any Other live @ Le Mura | Roma

CB: Blue Moon ha un’ispirazione aulica, le opere di Coleridge. Quanta cerebralità c’è nella vostra musica e quanto stream of consciousness? Chi ha l’ultima parola, l’istinto o il cervello?
Adele: Diciamo che affinché nascano i pezzi, c’è bisogno di entrambi. Quando ti succedono cose “brutte” è difficile rimanere lucidi, con i piedi per terra – ed è da lì che arriva il materiale per le canzoni. Ovviamente poi su questo materiale bisogna ragionare, bisogna affrontarlo in maniera cerebrale per riuscire a scriverlo in forma di canzone. Lo stereotipo del cantante ispirato/maledetto che scrive le canzoni tutto ispirato mi fa un po’ ridere.

CB: Vuole la leggenda (e, in verità, molto spesso pure la realtà) che il rock sia un mondo prevalentemente maschile, soprattutto in un genere come il vostro, distante anni luce dai cliché sulle voci femminili, dal sole-cuore-amore e da parossismi di leziosità come Lana Del Rey. Adele, Erica, ci raccontate da vere insider come ci si sta, da donne, in questo mestiere?
Erica: Quando abbiamo iniziato a suonare è stato molto difficile trovare riferimenti che ci facessero sentire veramente in qualche modo “legittimate” a suonare cose che avevamo visto e sentito suonare da persone di genere maschile. Era come se nessuno ci avesse mai detto che eravamo in grado di fare determinate cose, farle bene, farle come gli altri insomma. All’inizio io mi sentivo una ragazzina speciale e mi facevano sentire come tale – della serie: “Wow, quella è una ragazza e suona la batteria!”. Poi ho finalmente scoperto che c’è un mucchio di ragazze che suonano (e che lo fanno da dio), come Janet Weiss, la batterista delle Sleater-Kinney (e non solo!), ad esempio, e tutto ha iniziato a prendere la direzione giusta.

CB: Il vostro fulmineo exploit vi sta portando in tour qua e là per l’Italia. A Roma siete stati strepitosi. C’è stato un posto in particolare che vi ha emozionato?
Any Other: È stato molto bello suonare all’Ohibò Milano, era il nostro primo concerto nella città in cui viviamo. C’erano tutti i nostri amici, eravamo emozionatissimi ma il concerto è andato benissimo. Siamo molto contenti.

CB: Una classica domanda da intervista: come vi vedete tra dieci anni?
AO: Non ne abbiamo la più pallida idea, facciamo fatica anche ad immaginarci anche tra un mese a dire la verità. Ovviamente speriamo di essere ancora in giro a suonare e a registrare dischi, facendo solo questo nella vita.

CB: Come band, insieme all’etichetta Bello Records, avete deciso di devolvere a Pink Ribbon gli incassi del download digitale. Qual è il messaggio che volete dare e quanto questa iniziativa rispecchia i vostri principi? Secondo voi nel mondo della musica italiana manca questa sensibilità?
Adele: Non è che lo facciamo perché vogliamo “dare un messaggio”, è solo che pensiamo che sia giusto supportare certe cause. Mi sembra che nel mondo della musica italiana ci sia una scarsissima sensibilità nei confronti di certe questioni, almeno nella cosiddetta scena “indie”. Si dovrebbe parlare più spesso di tematiche sociali e di come queste influenzano il nostro modo di agire nel mondo. Trovo un po’ deludente che le band indie “grosse” non si pongano minimamente questi problemi (alcune addirittura li fomentano, secondo me), quando invece potrebbero sfruttare la visibilità che hanno per fare qualcosa.

CB: Una cosabella?
Any Other: Cucinare e mangiare la zucca. Madonna, quant’è buona la zucca.

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Potete ascoltare tutte le tracce di Silently. Quietly. Going Away sul Bandcamp degli Any Other.