“Ho sempre creduto che la dignità degli altri fosse il fondamento della mia libertà” è una frase di Melania Mazzucco, e di questo proviamo a parlare. Un tema delicato, potente ma cruciale: la dignità delle persone, i loro diritti. Amnesty International ogni anno lancia una campagna, Write for Rights – scrivi come se se la vita di qualcuno dipendesse da questo. Petizioni, lettere, post su Facebook, tweet.

La storia che vi raccontiamo è quella di Annie Alfred. Annie Alfred è costantemente minacciata e ogni giorno può essere aggredita e uccisa. È una bambina. Ha dieci anni, una famiglia che la ama e la vuole felice, vive in Malawi e da grande vorrebbe fare l’infermiera. Il problema? Ha ereditato l’albinismo, una particolare condizione genetica della pelle, e i capelli e le ossa delle persone albine in alcune aree vengono considerate fonti di ricchezza. Qui è possibile scrivere alle autorità del Malawi perché si adoperino a mettere in atto leggi e misure in grado di difendere la vita di Annie Alfred e di persone come lei e magari, nel lungo termine, cambiare la cultura rispetto a questa diversità del colore di pelle, occhi o capelli.

Il meccanismo è quindi semplice: prendersi cura della dignità altrui, dei diritti mentre vengono violati. Amnesty International segue diversi casi e ci mette i riflettori. Alza la voce, mobilita le persone e crea pressione su chi ha il potere di decidere. Fa una cosa minima ma essenziale: non lascia soli. La domanda che tutti ci poniamo è se può bastare. No. Ma serve, e funziona. Come per Yves Makwamba e Fred Bauma, due attivisti rilasciati alla fine di agosto dopo che 170mila persone si sono mobilitate per loro, o Yecenia Armenta, che aveva confessato un reato dopo aver subito torture, rilasciata a giugno. Ci sono i nomi e cognomi, i volti, in alcuni casi i famigliari. Sono storie da leggere, da conoscere. Sono storie ingiuste, profondamente sbagliate. Nonostante questo però si crea uno spiraglio, l’idea che sia possibile fare qualcosa e che questo qualcosa abbia successo.

Il caso di Giulio Regeni, tutt’ora senza verità, è nella memoria di tutti. Non abbiamo avuto neanche il tempo per provare a salvarlo. Lui no, purtroppo. Anche per questo è necessario tenere sempre a mente cosa vuol dire l’abusato concetto di “diritti umani”. Una questione concreta, che definisce la stabilità e lo sviluppo di un paese, delle sue istituzioni e della società intera, insieme alla sua sicurezza. E quindi parte degli elementi chiave nei rapporti diplomatici e nelle relazioni tra paesi e popoli.

Storie come quella di Annie Alfred sono storie da conoscere. Ingiuste, profondamente sbagliate. Ma in cui si crea uno spiraglio, l’idea che sia possibile fare qualcosa.

Quest’anno i casi sotto la lente di ingrandimento sono undici, dalla Cina al Camerun, dall’Azerbaijan alla Turchia, persone singole che ne rappresentano altre, attivisti, minoranze, giornalisti, e basta niente, un graffito, una bandiera, un tratto somatico diverso o il vivere in un’area che altri vorrebbero usare. In questo video si scrivono tra loro, perché forse solo chi ha provato davvero la violazione dei propri diritti può capire cosa vuol dire, e sa trasmettere il giusto coraggio, anche a noi, che comodamente dai nostri Ipad, possiamo fare qualcosa.