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Cosa succede quando una promettente e serissima artista argentina, studentessa alla Saint Martins di Londra, si trasferisce a L.A. per diventare una “sugar baby” ossessionata da palestra, vita da jet-set, Chanel, e selfie? Ne esce un’elaborata opera d’arte in versione social-media che documenta l’accurata fabbricazione dell’ascesa e caduta di una it-girl e aspirante modella losangelina. È questa l’opera d’imitazione della realtà “Excellences and Perfections” di Amalia Ulman, che dal mese prossimo sarà in mostra, come un’opera d’arte tradizionale, alla Tate Modern di Londra. Per capirne il senso bisogna innanzitutto fare uno scrolling infinito sul suo profilo Instagram, @amaliaulman, dove si trovano tutte le incriminate selfie da fashionista bionda che, ai tempi della pubblicazione, le hanno fatto praticamente perdere la credibilità come artista.

Il momento in cui guardi il profilo Instagram di Amalia e pensi “Ah, e quindi questa è un’opera d’arte” è l’equivalente contemporaneo di quando, negli anni ’60, si andava a vedere una mostra di Andy Warhol e si pensava “Ah, e quindi questa è un’opera d’arte” davanti ad una stampa della Coca Cola. Prendere in osservazione una cosa comunissima e vederla come un’opera d’arte ci fa comprendere tante cose. Che sia “Questa bottiglia di Coca Cola è stata prodotta milioni di volte, e la bevono il presidente degli Stati Uniti come il tuo vicino di casa, è decisamente una cosa degna di nota”, oppure “Queste selfie e questi hashtag e queste foto a bellissimi cappuccini e queste citazioni #inspirational, perché mi sembra di averli visti infinite volte? Perché non ci rendiamo conto di quanto tutto questo sia assolutamente assurdo e ridicolo?”

Amalia Ulman, Excellences and Perfections

Amalia ha preso in giro tante cose. A partire dall’ossessione della gente per la “vita versione Instagram” di perfetti sconosciuti, magari solo per il fatto che sono ragazze molto belle che vivono vite apparentemente perfette. Ha preso in giro la nostra ansia sociale, il bisogno assoluto di validazione personale, l’importanza del numero di cuoricini che ricevono le foto che pubblichiamo. Ci fa riflettere su come abbiamo iniziato a vivere le esperienze dietro una lente Instagram. E, cosa non scontata, ha puntato i riflettori anche sull’assurda quantità di attenzione che ricevono le “ragazze popolari” quando attraversino una crisi e una redenzione in modalità pubblica. Vedendo le selfie in cui documenta il suo finto crollo nervoso, è impossibile non pensare alle varie Britney, Amy, Miley, Lindsay, tutte accusate in vari momenti della loro vita di essere cadute in basso, di essere impazzite, di aver perso se stesse tra glamour, paparazzi, e dipendenze.

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Ma la cosa che Amalia voleva risaltasse di più del suo personaggio era l’instancabile ricerca della perfezione, il voler raggiungere il concetto di bellezza Hollywoodiana assoluta. Le finte foto post-chirurgia (mastoplastica additiva e botulino) si uniscono a quelle di palestra, spuntini #healthy, tacchi dorati YSL e profumi Chanel. A dirlo a parole sue: “It’s more than a satire. I wanted to prove that femininity is a construction, and not something biological or inherent to any woman. Women understood the performance much faster than men. They were like, ‘We get it — and it’s very funny.’….The joke was admitting how much work goes into being a woman and how being a woman is not a natural thing. It’s something you learn.” Il complicato processo del “diventare belle” è qualcosa che solo le donne possono capire. Basta vedere la differenza tra le foto di Amalia ora, col suo caschetto nero e i vestiti un po’ strambi e il viso acqua e sapone, e il personaggio che si era creata. Si tende a dimenticare l’infinita ricerca femminile della perfezione perché è data per scontata, così come quella successione di disagi, insicurezze ed ossessione per i propri difetti, che dai dodici anni in poi caratterizza la vita di ogni donna. A partire dal momento in cui scopri che cosa significa avere punti neri, e ti rendi conto che sì, il tuo viso ha anche quel difetto lì, fino ad arrivare al punto in cui ci si abitua ad avere quei cinque chili di prodotti beauty cosiddetti “essenziali”. Sono assurde le vite costruite in versione Instagram ma forse è un po’ assurdo anche questo.