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Avete presente il film E morì con un Felafel in mano? La vita di Eli Schwartz è un pò così. Un carnevale ozioso di nullafacenza, un’esistenza da perdente condotta all’interno delle mura domestiche, spesa a fumare marijuana, alternando pigramente porno e programmi di cucina. Una vita facile, dalle molteplici perversioni stipendiate da un padre con scarsa personalità.

Molte sono le persone che ruotano attorno ad Eli, ma nessuna di loro è suo amica e nessuna di loro lo ama. La svolta avviene quando Eli perde le chiavi della sua prigione dorata, nel momento in cui sua madre vende la proprietà della casa ad un ex star televisiva di poco talento (che nella mia mente ha il volto e lo spirito indolente di Charlie Sheen). Schiavo dei vizi, paralizzato, drogato e cinico, l’attore fallito Seymour Kahn è lo specchio deformante di Eli, che verrà inglobato in una spirale discendente da quell’amicizia malata.

Eppure per non precipitare tra spogliarelliste e pusher, Eli dovrà suo malgrado imparare qualcosa sulla vita, e uscire dal limbo decadente nel quale si trova invischiato.

Senza moralismi ma con una buona dose di sottile ironia, il trentenne Adam Wilson pubblica per ISBN Edizioni, il suo primo straordinario romanzo. Dentro c’è tutta la (post) teenage angst della generazione X di Kurt Cobain, delusa dalla vita, lasciata per volontà o inedia marcire in casette tutte uguali dotate di ogni comfort. Manca l’epico finale da tragedia e  questo non fa che rendere iperrealista la situazione, in bilico tra la vita e la morte senza il coraggio e la passione per risolversi.

In compenso Wilson ha la battuta tagliente e il sorriso sardonico del più cattivo Woody Allen e dimostra di essere – anche solo per questo – una stella nascente del panorama letterario statunitense.