Baukasten Individualisten e altre storie.

Come in tutti i mestieri che richiedono una certa dose di creatività, anche tra i fashion designer si contano quelli bravetti, quelli bravi e quelli che appena vedi una loro creazione ti fermi a bocca aperta e l’unica cosa che ti viene in mente è: “uao”.

Ecco, diciamo che dei primi ce ne sono forse troppi, dei secondi meno male ancora qualcuno, ma dei terzi ritenetevi fortunati a scovarne uno. Io mi sento fortunata ad aver conosciuto – anche se purtroppo solo virtualmente, causa influenza – Alexandra Kiesel, vincitrice del concorso Designer For Tomorrow e stella nascente del mondo della moda.

Da una che è stata fotografata in compagnia di Marc Jacobs non mi aspettavo nemmeno una risposta alla mia trafila di domande, invece è stata così gentile da spiegarmi tutti i suoi lavori e…. quello che c’è dietro. La prima parte di questa intervista l’avete forse già letta su PIG di settembre, la seconda la trovate qui sotto.

Ciao Alexandra, come va?
Hey, meglio grazie.

Da dove vieni?
Dai dintorni di Lipsia.

Quanti anni hai?
28.

Dove abiti?
A Berlino, Prenzlauerberg.

Eri una di quelle bambine che a 3 anni già sfogliavano Vogue?

Neanche per sogno, a tutt’oggi me lo compro molto raramente.

Perché hai studiato fashion design?
Beh, ciò che viene indossato è la prima cosa che si nota di una persona, ho sempre trovato bello poter comunicare il mio stato d’animo o le mie opinioni attraverso la moda. Per questo ho prima fatto un apprendistato presso un sarto e poi mi sono decisa a studiare fashion design. Comunque mi sono sempre interessata di più alle persone che alle tendenze.

Tre parole per descrivere com’è stato partecipare a “Designer for Tomorrow”.
Eccitante, nuovo, assurdo.

La tua vittoria al concorso ha cambiato la tua vita? In che modo?

Sì, molto. Ero su ogni rivista e giornale con la mia faccia e il mio nome, tutto ad un tratto ero conosciuta. Adesso ho la possibilità di trasferirmi in un atelier più spazioso e di presentare una collezione più grande alla prossima Fashion Week. Tutto nuovo.

Da dove arriva l’ispirazione per la tua collezione?
Dalla storia della moda, da come le silhouette si modificano, da ciò che nella moda sempre riemerge: ho cercato di impacchettare tutto questo in un sistema. Anche la tendenza al “do it yourself” ha giocato un ruolo importante, in quanto tutti hanno sempre più voglia di contribuire al design e alla creazione del prodotto personalmente.

Cosa significa il nome della tua collezione “Baukasten Individualisten 12/6/24”?
Baukasten Individualisten (letteralmente: “costruzioni individualiste”, ndr) è per me un ossimoro che definisce la moda in generale: ciascuno vuole essere unico e allo stesso tempo tutti seguono le tendenze predominanti. Ho creato un “gioco delle costruzioni” per l’abbigliamento nel quale ciascuno può creare i propri moduli. In questo modo si può dar forma a delle personalizzazioni, ma sempre entro i limiti del quadro delle mie costruzioni. 12/6/24 sono gli estremi in centimetri  in cui il mio quadro si articola.



Ti interessi anche di altre forme di design, come ad esempio, architettura, grafica o scultura?
Sì molto, i miei amici sono quasi tutti grafici, scultori o street artist e questo ha un’influenza determinante sul mio lavoro.

Perché utilizzi così tanti colori?
Ho utilizzato i colori delle costruzioni per bambini, nonché i colori di base della Bauhaus per chiarire il mio sistema, in modo che si possa notare meglio dove finisce un modulo e dove inizia quello successivo. Prima d’ora non ho mai lavorato con i colori, ma per questo lavoro era importante usarli.

Qual’è il tuo colore preferito?

Dipende dall’umore, non ho un colore preferito.

Cosa vuoi comunicare con la tua collezione?
Crea in prima persona, dà forma a te stesso, così come vuoi essere percepito dal mondo esterno, non sentirti obbligato dalle mode, guardati dentro e trova ciò che è adatto a te.

Quale influsso ha la società contemporanea sulle tue creazioni?
È la situazione sociale che mi ispira continuamente nel mio lavoro, di nuovo anche ora, nel Nord Africa, dove sta succedendo qualcosa di importante, gli uomini si trovano insieme, diventano attivi e combattono per qualcosa. Mi sono resa conto che gli uomini vogliono di nuovo affermare sé stessi, vogliono ancora essere partecipi e non attendere che qualcosa succeda. Questo mi piace molto.

Cos’è Blaintechnology?
Era un lavoro che ho fatto insieme alla mia amica giapponese Aya Kikutani nel 2009. Ad entrambe piace osservare la tecnologia, ma anche i suoi problemi. La tecnologia facilita così tanto la vita agli uomini che gli impedisce a volte di riflettere con la propria testa. Nella collezione abbiamo elaborato questo conflitto.

Com’è il tuo rapporto con la tecnologia?
Come detto, gioca per me un ruolo importante, ho molti amici artisti che lavorano con i media e adoro il modo in cui utilizzano la tecnologia per la loro arte e come con essa sia tutto possibile. Anch’io non posso vivere senza, ma cerco nonostante tutto di osservarla con occhio critico.

Che cellulare hai?
Un vecchio Sony Ericson che si spegne di continuo e non ha nulla ha che vedere con il mio entusiasmo per la tecnologia! Ancora niente smart phone per il momento.

Sei una perfezionista?
In un certo senso si, quando ho in mente un progetto devo seguirlo fin nei minimi dettagli. Tasche, cuciture, tipo di chiusura, tutto deve quadrare al 100%. Non faccio nulla senza un motivo. Anche la messa in scena della collezione deve adattarsi perfettamente al concetto. Altrimenti, per quanto riguarda il cucire gli abiti o l’ordine nel mio atelier sono piuttosto caotica.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I 25-30 outfit da preparare per prossima collezione che verrà presentata alla Fashion Week di gennaio. Userò di nuovo il principio delle costruzioni, questa volta collaborando insieme ad alcuni artisti berlinesi, ma non voglio ancora rivelare come sarà.

Dove ti vedi tra 10 anni?
Lavoro su diversi fronti, ho in piedi alcuni progetti artistici, insegno in una scuola d’arte e ho il mio brand, che speriamo vada bene. Questi sono i miei desideri. Ma mi acconteterei felicemente anche solo di poter vivere del mio lavoro.

Photo credits Stefanie Manns e Anne Kathrin Schuhmann