Eccoci dentro al 2016. Gennaio è sempre un nuovo inizio, o almeno così dice il calendario dopo aver finito tutte le sue pagine. Ieri è già passato, e nel presente è già un ricordo. Possiamo provare a chiudere gli occhi per tornare indietro, ma la nostra mente gioca a mescolare le carte così tante volte che poi le voci si trasformano, i difetti scompaiono e niente è più nitido. “#lostmemories” è il titolo del disco degli After Crash, uscito il 19 gennaio per il Collettivo HMCF, in collaborazione con Museek. Incursioni acustiche che si fanno largo tra un’elettronica sensibile; una vera e propria suggestione sonora in grado di sospendere le emozioni nel tempo, farle rivivere e dargli un suono. Dopo un release party degno di nota in quel del Locomotiv Club di Bologna, abbiamo provato a metterci un po’ nei panni degli After Crash (Nicola Nesi e Francesco Cassino), con una bella chiacchierata introspettiva.

Cosebelle: Le basi: raccontateci un po’ come ha preso il via e che strada ha fatto il progetto After Crash.
Francesco: Io e Nicola ci siamo conosciuti nel 2005, eravamo in seconda liceo, lui era in classe con la mia ragazza dei tempi e lei ci ha fatti conoscere. Entrambi suonavamo già, ma in gruppi diversi, poi un giorno ci siamo trovati. Io avevo questa cantina dove suonavamo e inizialmente facevamo delle jam di basso e batteria. Diciamo che ci siamo trovati subito anche a livello caratteriale, ci siamo subito presi bene, poi abbiamo iniziato a prestarci i dischi.
Nicola: Sì infatti è cambiato tutto da quando gli ho passato “OK Computer”, da lì è nata una nuova visione musicale, più a 360 gradi.
F: Sì ecco, quindi è nata questa bellissima amicizia. Poi in quinta liceo… sai oltre all’ansia per la maturità ci sono anche i primi pensieri di “cosa farò l’anno prossimo”. Abbiamo deciso di prenderci un anno sabbatico e siamo partiti insieme per Londra. Lì è iniziata tutta un’altra storia: siamo rimasti là 7 anni, abbiamo fatto l’università, abbiamo vissuto assieme, abbiamo fatto uscire 3 ep… tutto, prima di questo disco, è stato fatto a Londra. E adesso siamo qui e vediamo dove andremo, non si sa! Probabilmente ci trasferiremo in Sud America (ridono).
N: Esatto, o a Palermo.

CB: Nicola, tu però è da un po’ che sei tornato a Bologna, perché?
N: Perché mi sono preso un attimo di pausa; Londra non è una città subito facile. Se non hai un buono stipendio e un buon giro di persone diventa difficile, soprattutto perché è una città che ti isola abbastanza. Quindi dopo 7 anni là, ho deciso di prendermi una pausa e tornare qua, ma questa non è una scelta definitiva.

CB: Avete suonato alla settima edizione del roBOt Festival, che ricordi avete di quell’esperienza?
(Ndr, il titolo dell’album richiama l’hashtag ufficiale di quell’edizione del festival)
N: Allora, contesto storico: è successo che a maggio del 2014 i ragazzi di Habitat, che è questo collettivo di Bologna, ci avevano chiamato a suonare al Tpo. A quella serata le due organizzatrici della call4roBOt, Marcella Loconte e Federica Patti ci hanno visto e nel giro di due settimane ci hanno chiamato per dirci che eravamo stati selezionati per suonare a Palazzo Re Enzo. Quell’anno lì il roBOt andò molto bene (meglio dell’ultimo anno), ma la settimana prima del live l’abbiamo vissuta molto male perché eravamo in un’ansia totale.
F: Sì, già di solito per noi suonare a Bologna è sempre molto “dura” emotivamente, per tutte le aspettative che ne derivano. Poi io e lui siamo degli ansiosi, quindi ogni cosa, a prescindere, la viviamo male.

CB: Dell’ultimo roBOt invece cosa pensate? Anche di questo debitone… (l’ultima edizione del roBOt festival si è chiusa con un buco in bilancio di oltre 300mila euro)
F: Secondo me loro hanno fatto un errore di valutazione, perché l’anno prima era andata da dio, meglio di come fosse andata fino ad allora, quindi avevano fatto già un passo grosso. Quest’anno, invece di stabilizzarsi su quel livello lì, hanno voluto puntare ancora più in alto, probabilmente troppo… Però è chiaro che obiettivamente questo tipo di eventi fanno bene alla città, quindi se non lo faranno più mi dispiace… staremo a vedere.

CB: Quindi “ricordi perduti”… Quando si ha a che fare coi ricordi c’è una linea sottile tra nostalgia e un reminder a vivere meglio quello che ci riserverà il futuro, in base alle esperienze passate (belle o brutte che siano). Voi che posizione avete preso rispetto ai ricordi in quest’album?
N: Questa è una bellissima domanda. Il disco in sé parla di ricordi, ma nella nostra chiave di lettura il ricordo viene preso come uno strumento che ha molta carica ed energia di vita, nel senso che non dev’essere visto in maniera nostalgica, ma in funzione di riuscire a vivere meglio il presente. Questo ovviamente non vuol dire che il ricordo non ti porta nostalgia, la nostalgia si basa sui ricordi… però il messaggio del disco è che non tutto quello che ricordiamo deve essere assolutamente nostalgico. Anche nelle situazioni magari più dolorose, cerchiamo di trovare sempre il lato positivo della cosa: crescere, andare avanti… magari ti dici “non l’avrei fatto”, però se è andata così c’è un motivo. Questo non lo diciamo per una balorda teoria del karma o qualche tipo di credo, ma secondo noi se le cose capitano c’è sempre un sottile motivo, nel bene e nel male. Accettarlo è sicuramente difficile, però prenderne atto secondo me è molto importante per conoscere veramente se stessi.
F: Sì, diciamo che di base la chiave di lettura è la speranza, i ricordi usati con speranza in funzione del presente.
N: Poi usiamo il termine ricordo perché è il concept che lega i pezzi, ma ogni canzone ha una storia a sé.

CB: Cosa vi manca?
F: Nella vita? Wow…
CB: Sì, visto che si parla di ricordi insomma…
N: Cosa mi manca o cosa non mi va bene? No beh, quello che non mi va bene è quello che probabilmente mi manca anche… Siamo stati dietro a questo disco per un anno e mezzo circa, è stato un processo lungo e con molti alti e bassi, soprattutto molti bassi perché crea stress. Poi quando ci siamo ritrovati in città diverse, con la lontananza, si sono create anche piccole discussioni stupide, incomprensioni basate sul nulla. Quello che probabilmente mi manca è che rispetto a qualche anno fa la mia vita è molto meno stabile. Quando cresci e dici “ok, inizio ad avere 26-27 anni” non sono tanti, ma magari una persona normale dovrebbe iniziare un attimo a stabilizzarsi. Io ho avuto il processo contrario, cioè nonostante fossi dietro al progetto di questo disco, la mia vita si è totalmente destabilizzata, quindi probabilmente quello che più mi manca è la stabilità.
F: Questa domanda è stronza, perché si può riferire a una cosa che avevo e non ho più e quindi mi manca, o a una cosa che non ho mai avuto e che vorrei… Cavolo non lo so… (ci ha voluto pensare su e ha risposto a fine intervista, rimproverandosi di non essere abbastanza impulsivo). Una cosa che mi manca, e ho notato soprattutto negli ultimi anni, è quell’attitudine un po’ spensierata che avevo da più giovane, cioè ho 26 anni… Però a 20 anni, per esempio, magari i problemi ce li hai pure, ma sono diversi e ti senti addosso meno responsabilità. Adesso ci sono tutta una serie di cose a cui devi pensare quando ti alzi la mattina, e fa parte del gioco quindi non mi lamento, però magari mi manca essere un po’ più leggero di cuore.
N: Brava, molto marzulliana questa eh, la grande scuola Marzullo!

CB: Un vostro pezzo, “Delplace”, si apre con un monologo preso da “La Dolce Vita”: Steiner temeva la pace più di ogni altra cosa (gli sembrava soltanto un’apparenza che nascondeva l’inferno). A voi, invece, cosa fa paura?
F: A me la pace, appunto. È una cosa molto personale, ma ogni volta che mi capita qualcosa di bello o sento di star bene, automaticamente nella mia testa scatta qualcosa che mi fa pensare “e se questa cosa la perdo?”. Anche le più piccole cose che mi succedono durante la giornata e magari mi fanno piacere, mi fanno pensare che non si può mai essere certi che queste cose rimangano. Poi non so se è un fatto comune, ma io ho sempre avuto questa cosa che appena mi succede qualcosa di bello ho un filtro che mi scatta subito in testa e dice “no, no, no”. Quindi a me quel monologo lì mi ha subito colpito, ci sono rimasto secco e ho pensato “ecco, è questo che temo”.
N: Chiaramente poi… SPOILER… nel film, nella fase dopo quel monologo lì, lui si ammazza, quindi questa volta non si può proprio dire che sia un messaggio speranzoso. Ha un significato molto forte, diretto, e sposo anch’io la teoria di Francesco: quando credo di essere più tranquillo, contento per delle cose, spesso non riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché mi vengono paure per quel che potrebbe accadere dopo.
F: È vero quello che dice Nic, che alla fine nel film lui si ammazza e quindi “Delplace” è improntata su questo tema, c’è la morte e tutto… Però, secondo me, con l’atmosfera che abbiamo dipinto con la musica il finale non è più certo. Il suo discorso si ferma lì e la musica sta a rappresentare un po’ quel senso di sospensione, incertezza, che lui cerca di definire con le parole… Poi non si sa cosa succede, se non hai visto il film non lo sai che si ammazza, quindi la musica ci lascia sospesi, poi ognuno il finale se lo inventa.

After Crash

CB: Queste citazioni cinematografiche ricorrono spesso nei vostri pezzi, inoltre avete composto anche diverse colonne sonore, accompagnamenti per spettacoli teatrali e pubblicità, sonorizzazioni. Qualche film che ha lasciato il segno?
N: Sì anche nei live utilizziamo vari estratti presi da film. Sicuramente “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino è piaciuto molto a entrambi per la storia, per come è costruito, per quel che dice il protagonista…
F: A me, così su due piedi, il primo che mi viene in mente è “Melancholia” di Lars von Trier: a parte il finale che è fortissimo, ci sono delle scene di tensione che durano per ore, mi è piaciuto molto. Poi direi anche “Her” di Spike Jonze, per alcune date abbiamo usato dei pezzi di discorsi presi anche da questo film.

CB: Mentre, tornando alla musica, chi apprezzate tra le attuali proposte italiane?
F: Beh, prima quando sei arrivata abbiamo parlato di Calcutta (racconti di live), lui ci piace, è un po’ la versione post del cantautorato italiano.
N: Sì, Calcutta funziona.
F: Sulla scena elettronica mi piace molto Populous, Clap! Clap! che ormai ha preso il volo con la Warp, Godblesscomputers… di quel filone lì sono oggettivamente i migliori secondo me. Ricambiando genere, Niccolò Contessa, de I Cani. Per quanto a me non piacciano I Cani secondo me è molto bravo a scrivere.
N: Sì, io l’ho capito nel tempo lui. Può piacere o meno, certe cose a me non piacciono assolutamente, però sa scrivere. Anche nei pezzi di Calcutta, secondo noi si sente molto che c’è dietro farina del sacco di Contessa. Poi di altri io direi i C’mon Tigre, che ho visto quest’estate e mi sono piaciuti moltissimo, e un altro che ho conosciuto personalmente e stimo è Indian Wells .
F: Ce ne saranno anche tanti altri… Comunque in Italia, se si trova il modo di gestire un po’ meglio le cose, talenti non ne mancano.

CB: Una cosabella
N: Dagli ultimi giorni trascorsi, posso dirti che una cosabella è stato il Locomotiv, perché è importante quando si gioca in casa e abbiamo visto che la gente era molto presente al concerto, in tutti i sensi. E poi il fatto che dopo poche ore di sonno siamo partiti per andare a suonare in Puglia e anche lì abbiamo visto una buona reazione da parte del pubblico. È una cosabella viaggiare per la musica, anche se è stancante.
F: Sì, infatti ti stavo per dire che per me la cosa bellissima è riuscire ad andare in posti diversi e conoscere persone solo grazie alla tua musica. Viaggiare e conoscere persone, grazie a quello che facciamo, per me è un piccolo miracolo.

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