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La ballata dei Perdenti e La ballata del Quasi potrebbero occupare tranquillamente la track 1 e 2 dell’album di Llewyn Davis. Ma anche essere titoli di un film ad episodi diretto dai fratelli più amati del cinema indipendente: Joel e Ethan Coen. Llewyn Davis non è proprio un perdente ma ci arriva quasi. Certo non si può dire che abbia vinto, ma la vittoria gli è sfuggita di poco. E cosa c’è di più adatto ad una ballata folk di un personaggio che non è bravo nemmeno ad essere un completo fallito?

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Mi sembra di vederlo, in quei palchi di second’ordine al Village , I’m almost a loser, but not the perfect one. I Coen tratteggiano, come sempre, un carattere favoloso. Uno che è bravo a fare una cosa soltanto e per il resto è un disastro, e ci prova, per tutta la vita, a consumare la distanza del lapidario “non abbastanza” che lo separa dal successo. E se l’annusa, per un secondo, lo fa in un tempo passato in cui non fu solo, in un duetto che sfiora lo stato di grazia con un amico insostituibile che fa da trampolino di lancio verso un mondo ormai troppo distante per potergli appartenere.

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Llewyn Davis è un cantante folk e per un tempo troppo breve per bastare, ma insieme troppo lungo affinchè possa dimenticarlo, sfiora la vetta con un amico che muore. L’amico non muore per uno strano scherzo del destino, ma decide di morire, buttandosi giù da un ponte ignorato da tutti i suicidi. E già è triste un duo folk che diventa un solista all’improvviso, ancora di più il fantasma di un altro che aleggia in ogni canzone, ricordandoti che la chiave della gloria è in mano sua, sotto chilometri di terra.

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Che fare? Non ha molta scelta Davis. Continuare a provare, nonostante sia un viaggio impossibile, quasi quanto quello di Ulisse verso la sua beneamata Itaca, un viaggio che nel suo caso dura una settimana soltanto e consiste nello spostarsi da un divano all’altro, in case di amici e non, suonare, prendere la metropolitana con un gatto rosso tra le braccia e scendere alla fermata della disillusione, suonare ancora, per pochi spiccioli, salire in macchine di sconosciuti – facce incredibili, come in tutti i film dei Coen – il gatto sotto un braccio, la chitarra in spalla, le scarpe bucate nella neve, andare, con la fortuna che corre, fila via e Davis dietro al ritmo lento e circolare delle sue canzoni.

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E’ inutile che tifiate per Davis, non è Ulisse, le sue sirene sono ragazze incinte che non vogliono abortire, le strade tutte sbagliate, i compagni un gatto che nessuno vuole lasciato a piedi in autostrada, Polifemo un grasso tossicomane da eroina e Circe un valletto con un segreto da poeta. E Penelope, Penelope mia che mi aspetti, un freddo produttore in un freddo locale, con un freddo del diavolo fuori, che aspetta il tempo di una canzone struggente per dire a Davis quello che già sa: “Non si fanno soldi con questa roba”. Questa non è Itaca, signori.

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E come il dio dei Coen vuole si torna sempre all’inizio, c’è un palco di second’ordine al Greenwich Village, c’è Llewyn, la sua chitarra, un uomo in penombra che lo prende a cazzotti e è la Vita, un profilo che gli sfila innanzi e ha l’aspetto di un menestrello, i ricci in testa, una voce nasale, l’armonica e gli canta un’altra canzone. Ultima track dell’album di Llewyn Davis: Bob Dylan.