Sono andata a vedere il nuovo film di Gabriele Muccino – A casa tutti bene – cercando di lasciare a casa quello che penso dei film di Gabriele Muccino.

A casa tutti bene vuole smascherare l’ipocrisia che intride i rapporti interpersonali e dalla quale sono esenti solo le piante, gli animali e i bambini (che però soffrono quella degli adulti). Il film è un’operazione corale che impiega tutto il primo tempo per fornire allo spettatore le proprie coordinate e poi scoppia nel secondo in più punti con il crescendo tipico mucciniano. Che, a mio parere, è più un’isteria reiterata, stretta in molteplici primi piani, che ti auguri arrivi presto al punto di rottura (ho detto che ho cercato di lasciare a casa i pregiudizi, non che ci sia riuscita).

A casa tutti bene parla di un’intera famiglia che si riunisce su un’isola per celebrare le nozze d’oro dei genitori

A causa del maltempo, che sospende i collegamenti con la terraferma, la festa di un giorno solo diventerà la convivenza di tre. Trasformerà i sorrisi (forzati) in lacrime (liberatorie) e mostrerà i vari componenti (figli, mariti, mogli, ex mogli, figli dei figli, cugini, cuginastri e zii) per quello che sono: persone ipocrite, abbastanza disilluse, che conducono più di una vita contemporaneamente senza avere la patente per nessuna. E infatti andranno tutti a sbattere contro il muro della realtà.

Non c’è un vero protagonista e non c’è un’analisi che vada più in profondità di un’altra.
Al contrario, purtroppo, tutte le storie rimangono in superficie e la sensazione è che di alcune si sarebbe potuto fare a meno senza che l’equilibrio generale ne risentisse. Le pennellate che dipingono il film attingono abbondantemente al barattolo degli stereotipi ma, va detto, questi riguardano soprattutto i maschi.
C’è l’uomo con l’amante, l’uomo stritolato dalle tensioni tra moglie ed ex moglie, l’uomo eterno Peter Pan, l’uomo spiantato che sembra debba essere l’unico a sostenere economicamente la famiglia e l’uomo rimasto orfano che, pur avendo generato una famiglia numerosa, non vedrà l’ora di liberarsi della famiglia stessa.
Gli uomini, in questo film, rimangono impantanati nelle loro varie vite come camion nel fango: né avanti, né indietro. Immobili ad aspettare che qualcosa succeda e senza mai prendere l’iniziativa. Lamentandosi in continuazione e uscendo devastati, loro malgrado.

Poi ci sono le donne. Vero fulcro del film. 

Ciò da cui tutto parte, tutto arriva e con cui tutto salta per aria. Vittime apparenti degli uomini ma loro carnefici reali.
Ipocrite a loro volta ma consapevoli, le donne fanno e disfano, guidano e si fermano, restano, se ne vanno e tornano.
Creano tensioni e le placano e quando ogni cosa sembra rabberciata staccano con i denti la sicura di una granata e radono tutto al suolo. A caso? Per noia? Per dispetto? Tanto per fare? Tutt’altro.
Le donne prendono tutto troppo sul serio, e Muccino pare saperlo, per fare qualcosa con leggerezza.
Alternando calma e rabbia, pazienza e nervosismo, cura e distrazione, ognuna persegue un disegno preciso che è uguale per tutte: la salvezza o la distruzione dei propri uomini e quindi delle proprie famiglie.

Perché come dice Alba (Stefania Sandrelli) ad una delle ragazzine quasi alla fine del film: “Ricordati, tesoro, le donne sono le colonne che reggono tutto”. A qualsiasi costo, senza sconti e con una cosa fondamentale che agli uomini manca: il coraggio.