Non solo “Maestri”. In un mondo, quello del design italiano, raccontato e celebrato sempre al maschile, le donne appaiono ai più come una comparsa marginale, una piccola “quota rosa” concessa sporadicamente da riviste e blog di arredamento. È veramente così? Niente affatto. Sebbene numericamente inferiori rispetto ai colleghi maschi, sono molte le figure femminili che hanno costruito progetto dopo progetto la storia del design del Belpaese (e non solo), dando vita a carriere originali ispirate da necessità di autoespressione, contaminazioni fertili tra discipline, capacità imprenditoriali virtuose.

Nei mesi mesi, una mostra importante alla Triennale di Milano – W. Women in Italian Design, a cura di Silvana Annicchiarico – ne rivendica una vera e propria specificità di genere raccontando la creatività e la capacità di problem solving delle generazioni di donne designer che si sono succedute dal secondo Novecento fino ai nostri giorni. E se oggi la loro presenza è un dato di fatto che non può più essere messo in discussione, quali sono le madri nobili che hanno fatto da apripista alla nostra storia del progetto? Quali i nomi recenti di cui continueremo a sentire parlare?

Richmond, 1930

Anna Castelli Ferrieri

Una donna architetto – tra le prime laureate del nostro paese – che intuisce le potenzialità del design del dopoguerra e finisce per firmare alcuni tra i pezzi più iconici e profondamente innovatori della storia dell’arredamento italiano. Così potremmo descrivere il ruolo e la portata di un personaggio quale Anna Castelli Ferrieri, a cui dobbiamo la “paternità” di uno dei grandi classici del design italiano, la serie di praticissimi mobili contenitori 4970/84 (1968), oggi semplicemente chiamati i Componibili, ieri come oggi in produzione per Kartell. Complice il marito, Giulio Castelli, che di Kartell era il fondatore e che dell’uso della plastica per i mobili dell’ambiente domestico è stato uno dei pionieri, anche grazie all’apporto di Anna.

Lina Bo Bardi

Romana di origine e brasiliana d’adozione, Lina Bo Bardi è la designer che più di ogni altra ha esportato e allo stesso tempo ibridato all’estero la propria formazione europea.
Dopo un apprendistato nello studio di Gio Ponti e un passaggio breve ma significativo dalla redazione della rivista di architettura Domus, Bardi vola in Brasile subito dopo la guerra a fianco del marito Pietro Maria Bardi, critico d’arte. Nel paese sudamericano resterà per tutta una vita, affascinata dalla cultura popolare brasiliana e dalla possibilità di infondervi il gusto e lo spirito dell’architettura modernista. E sempre qui progetterà una lunga serie di mobili ormai assurti a capolavori della tradizione (italiana o brasiliana?)

Cini Boeri

Signora nobile del design milanese, espressione di un segno elegante e mai vistoso eppure originale e pieno di intuizioni tecniche e formali, Maria Cristina Mariani Dameno, o più semplicemente Cini Boeri, non ha mai abdicato di fronte alla necessità di mettere l’uomo e le sue esigenze psicofisiche al centro della sfera dell’abitare. Tra i suoi progetti più celebri, il divano Strips per Arflex in schiuma poliuretanica senza struttura rigida e con rivestimento sfoderabile da trasformare in letto, con cui si aggiudica il Compasso d’Oro, e la poltrona Ghost (1987, nella foto), progettata per Fiam Italia con Tomu Katayanagi e realizzata con un’unica porzione di vetro curvato da 12 mm per restituire la sensazione impalpabile di un oggetto che sa fluttuare nello spazio.

Ghost Glass Armchiar by Fiam Italia

Gae Aulenti

Architetto celebrato in tutto il mondo – suo, a titolo di esempio, il celebre progetto del Musée d’Orsay di Parigi –, ha lavorato senza soluzione di continuità tra collaborazioni editoriali, progetti residenziali, di interni e arredo. Celebre e sagace una sua frase che bene illustra la sua intuizione sulla questione di genere: “L’architettura è un mestiere da uomini, ma ho sempre fatto finta di nulla”. Tra i suoi progetti di design, sono passati agli annali la lampada Pipistrello (1965), la poltrona a dondolo in legno curvato Sgarsul e il Tavolo con Ruote per FontanaArte (1980, nella foto), celebre esempio di ready-made che prende in prestito componenti e stile dai carrelli industriali.

Appartamento Bosco Verticale

Paola Navone

Personalità fertile, capace di arricchire con una nuova veste decorativa anche gli oggetti più banali e consumati, è tra la designer italiane quella dalla vocazione più scenografica. Celebre per le sue creazioni nel mondo dell’imbottito (si pensi alle collaborazioni con Baxter e Gervasoni), non ha mai fatto mancare di seducenti colpi d’occhio gli allestimenti – spettacolari quelli curati anno dopo anno in occasione del Salone del Mobile – e gli interventi nel campo del complemento d’arredo: si pensi ad esempio agli anni della sua direzione artistica presso la Richard Ginori. Nella foto, le nuove Cementiles per Bisazza (2014).

BISAZZA CEMENTILES - ON/OFF TEAL

Patricia Urquiola

Spagnola di origine ma milanese da oltre trent’anni, Patricia Urquiola è stata “adottata” con tale entusiasmo da un numero così grande di aziende del Made in Italy da trasformarsi nell’ultima vera fuoriclasse del design nostrano. Una vera e propria “design star”, dunque, la quale dal canto suo non ha mai nascosto di trovare proprio nell’universo femminile numerosi spunti per dare vita ai suoi oggetti: come nel caso della lampada Caboche per Foscarini, nata dall’osservazione di un braccialetto in ottone riproposto in versione maxisize, oppure della poltrona Crinoline per B&B (2009), dove gli intrecci in fibra di poliuretano lasciano spazio, in una delle versioni del progetto dall’anima più spiccatamente decorativa, ad una cascata di fiori.

Penthouse refurbishment in London’s Financial District.

Largo alla nuova generazione di donne del design

E le giovani leve? Sono sempre più numerose le personalità italiane che si stanno affermando sulla scena del design del mobile locale e internazionale.
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Articolo a cura di Giulia Zappa