The Beatles: Eight Days A Week – The Touring Years.

Ci hanno sempre insegnato che al cinema bisogna fare silenzio. Ora, quanti fan dei Beatles che hanno visto Eight Days A Week nelle sale sono riusciti a non canticchiare nemmeno un pezzettino di una qualsiasi canzone presente in questo bel docu-film?

Ron Howard ha curiosato tra gli archivi del repertorio dei Fab Four per offrire un differente punto di vista sugli anni che la band ha passato in tour, dal 1962 al 1966. Un collage del dietro le quinte: tra processo creativo, concerti e impatto sulle persone. Quella dei Beatles è stata una vera e propria rivoluzione, un impatto sulla cultura che non si è limitato a restare nei confini del mondo musicale.

Sono stati gli stessi anni ’60 dell’assassinio del presidente Kennedy, della lotta di Martin Luther King per i diritti civili e l’integrazione razziale, eppure gli occhi dei media sono restati puntati anche su un fenomeno mai visto prima: 4 ragazzi che suonano un rock diverso, illuminato, che per primi sono arrivati a riempire uno stadio con più di 55.000 persone.

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A ben pensarci, i focus di Eight Days A Week sono tre: l’amicizia e l’unione tra i quattro, l’impatto sul pubblico e, ovviamente, la musica.

4 amici al bar? Non proprio, ma la storia è circa quella. Quattro ragazzi si trovano uniti da una passione in comune e iniziano a suonare nelle cantine di Liverpool. Quello che resta delle parole dei giovani Beatles è l’ilarità di quattro amici poco più che ventenni che ridono alle loro stesse battute bevendo un drink. Freschi, divertenti, ironici. Quattro ragazzi dai favolosi capelli e con un look studiato per loro dal manager Brian Epstein, che aveva intuito come una cosa semplice come l’abbigliamento potesse riuscire a presentarli al pubblico come una persona sola: un bellissimo mostro a 4 teste.

Non solo i Mets riempiono lo Shea Stadium. Uno stadio, a New York, per la prima volta riempito dai fan di una rock band. Il 15 agosto 1965 i Beatles suonarono lo storico concerto al Shea Stadium (proiettato in una versione ridotta di 30 minuti alla fine del film): più di 55.000 biglietti vennero venduti in soli 3 giorni, tutto esaurito. La gente impazziva, letteralmente, per i Fab Four: ragazze in lacrime dall’emozione, urli, svenimenti, gente che si buttava dagli spalti. La polizia si ritrovò più volte impreparata nel gestire la folla di fan dei Beatles, non c’erano precedenti di tale coinvolgimento delle persone. Erano passati solo un paio d’anni, ma i tempi dei concerti al Cavern Club di Liverpool sembravo così lontani… I quattro ragazzi inglesi ci hanno messo ben poco a conquistare prima l’America, e poi il mondo intero.

Quello che la musica può fare. Ok, quattro ragazzi hanno iniziato a suonare un rock divertente, ballabile e trascinante, di quello che ti rimane in testa e ti fa tenere il tempo (quello che ti fa canticchiare sottovoce al cinema).  La cosa straordinaria dei Beatles è che per i primi tempi hanno sfornato un singolo ogni 3 mesi e un album ogni 6, tutti meravigliosi e senza tempo. Poi gli anni sono passati e le aspettative del pubblico, come sempre, hanno iniziato a pesare. I favolosi quattro, crescendo, hanno iniziato a sentire l’esigenza di fare qualcosa di nuovo. Non era più il tempo delle canzoni orecchiabili in cui lei ama lui, lui ama lei e tutti si amano; con Rubber Soul la band ha segnato il passaggio dalla spensieratezza di Help! alla sperimentazione di Revolver. Era tempo di ritrovare se stessi, di trasformarsi in qualcos’altro, e per farlo c’è stato bisogno di una sola cosa: la fiducia, degli uni negli altri, di chi lavorava con loro e, ovviamente, del pubblico. Crescere riuscendo a fare quel che si vuole, continuando ad essere apprezzati per ciò che si è, non è forse questo il premio della fiducia?

La proiezione nelle sale cinematografiche italiane di Eight Days A Week è iniziata giovedì scorso e terminerà oggi, mercoledì 21 settembre. Vi consiglio di iniziare ad annullare i vostri programmi per la serata.