Mentre siamo rimaste offline sono successe tante cose. In realtà anche quando siamo tornate operative. Sul Fertilityday ci siamo espresse, su molte altre cose no. Quando mi sono trovata a leggere notizie come quelle di Tiziana Cantone, dello stupro di Rimini, dei prolungati abusi ai danni di una ragazzina a Melito, in Calabria, la domanda «Cosa facciamo? Ne parliamo?» mi assaliva pesante. Quasi sempre abbiamo deciso di non farlo, nonostante l’obbligo di essere sul pezzo ai tempi del web, di avere un’opinione, di rispondere alla nostra linea editoriale fosse un tarlo che non si poteva scacciare con una scrollata di mouse. Serve dire la propria? Di sicuro sì, soprattutto se non si tratta di opinioni banali o di qualche riga buttata su un foglio elettronico tanto per.

Ma è utile? Quasi sempre no. Quelli che la leggeranno, quasi sempre, saranno quelli che non avrebbero mai compiuto azioni del genere. Saranno quelli che hanno un’opinione simile alla nostra, che si indignano o che soffrono nel leggere che oggi, in Italia (e non solo) accadono cose inspiegabili, violente, crudeli e che in molti casi quelle persone che le creano o le vivono più da vicino non sembrano esserne scalfiti. I genitori stessi, le amiche che filmano e poi condividono su whatsapp lo stupro di una diciassettenne ubriaca, giornalisti che si chiedono se un pompino che diventa virale sia una mossa di marketing, scansafatiche con due nozioni di photoshop che ci creano su dei meme. Tutti questi non leggono le nostre opinioni scritte con tono sconsolato e a volte compiaciuto. Tutti questi continueranno a fare esattamente quello che hanno fatto finora, perché anche un caso grave, gravissimo, diventa una notizia del feed, tra una scia chimica, un avvenimento importante e le foto in riva al mare del compagno di scuola.

Nel web niente importa?

Fatica ad importare a chi queste cose non le farebbe mai e di conseguenza si chiede, quando accade, se siamo davvero umani, se siamo ancora in grado di provare dolore per gli altri, compassione, rispetto. Sembra quasi che a seguirle tutte queste cose si diventi monotematici, noiosi, attenti soltanto a ciò che di brutto ci può circondare. Che per fortuna non è la maggioranza di ciò che succede. E fattela na risata! Cosa fai, quello che si indigna ogni giorno per una cosa diversa? Anche quello è un ruolo social, eh.

Chi ci educa a stare al mondo? Chi ci ha insegnato come si attraversa la strada, che non si buttano le carte per terra, che non si indicano le persone? Molto spesso i nostri genitori, nei casi più fortunati anche qualche insegnante che non riteneva l’educazione civica una materia da saltare a piè pari.

Chi insegna oggi a stare al mondo virtuale, nel web? Nessuno. I nostri genitori soffrono di un gap enorme, che impedisce loro di avere anche soltanto l’autorità per spiegare cosa si fa e cosa no online. Loro stessi cliccano banner che sono soltanto spam, regalano la loro email perché forse potrebbero vincere un Ipad, condividono foto con su scritto kaffèèèèè e commentano le notizie dell’Huffington Post come fossero al bar con gli amici, incuranti che magari il diretto interessato potrebbe leggerli. Con questa analfabetizzazione digitale diffusissima tra chi ha oggi il ruolo di educatore come si può pretendere che chi invece è nativo digitale possa capire ciò che è giusto e ciò che invece non lo è? Se un tempo l’uomo qualunque non se lo filava nessuno, se poi forse si poteva aspirare al warholiano quarto d’ora di celebrità, se poi talent e reality l’uomo qualunque lo hanno messo al centro, ora che i social rendono tutti protagonisti ecco che nessuno si chiede fino a che punto mostrarsi, né tantomeno se a quell’ipotetica audience lì fuori possa importare qualcosa se abbiamo acquistato un nuovo paio di pantaloni o se oggi siamo tristi. A volte basterebbe un po’ di sano cinismo.

È perché adesso sappiamo cosa pensa il benzinaio (senza offesa) che pensiamo che la gente sia più stupida. Probabilmente è tutto come prima, soltanto che dal benzinaio chiedevamo 10 mila lire di senza piombo e poi ce ne andavamo. Ma visto che adesso possiamo saperlo e non possiamo più mettere la testa sotto la sabbia usando termini come “massa” non è forse il caso di dedicarci un po’ di attenzione (e per noi intendo noi, Stato, Nazione)? Di prendere seriamente il ruolo educativo, soprattutto delle scuole, anche dal punto di vista sociale (e quindi di genere, di inclusione sociale, di rispetto). Poi ci sarà sempre quello che i neri non li sopporta e che le donne le vuole con il ferro da stiro in mano, ma magari saranno meno, o quantomeno avremo provato a fargli cambiare idea.

La realtà virtuale è ormai un’altra realtà che per tantissimi supera in tutto quella concreta. Ma qui quali sono i codici di comportamento? Chi li decide? Chi li insegna? Se nemmeno la legge ha protocolli chiari (basti vedere in che inutile epopea burocratica è incappata Cantone per cancellare i suoi video e tante altre persone cui vengono rubati l’account o diffuse delle foto private), li può avere – o addirittura decidere – un ventenne con lo smartphone?

È inutile scrivere la propria opinione o la propria indignazione se non si capisce che è giunto il momento di trovare dei luoghi e dei modi per insegnare cosa significa, nel web, saper attraversare la strada o non buttare le cartacce per terra. E se non lo si capisce in fretta, di notizie del genere se ne leggeranno ancora e la reazione sarà sempre più una scrollata di mouse per aggiornare il feed. Mentre fuori c’è tutto questo, mentre in un computer o in un telefono ormai c’è la vita di ciascuno di noi, ogni giorno quella realtà che si ostina a non vedere questa rivoluzione perde e perderà sempre di più autorità e legittimità. Mentre un sedicenne si filma su Snapchat e sua madre condivide su Facebook che la Tachipirina fa venire il cancro che senso ha la professoressa che in classe sta leggendo l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo?

Quando si decideranno dei codici di comportamento e quando si capirà che questa è una cosa seria, e non la solita ramanzina di chi più vecchio vede le nuove generazioni come sistematicamente peggiori della propria? Non si tratta del classico «ai miei tempi eravamo meno scemi». Qualche anno fa non esisteva questa realtà, come un tempo non esisteva l’auto e poi per guidarla si è deciso che serviva una patente. Non servirà la patente per usare internet, proprio perché non si tratta di un mezzo ma di un altro mondo. Ma come in tutti i mondi, l’uomo ha bisogno di darsi delle regole, per differenziarsi dalle bestie. Come è sempre stato.