Che fossimo animali con una data di scadenza, lo sospettavo già da un po’. A togliermi ogni dubbio ci ha pensato la mia dottoressa, che al termine dell’ultimo controllo, mentre saltellavo su me stessa con un piede nei collant e uno fuori, se ne è uscita con un “guardi, il contraccettivo non c’è bisogno che lo interrompa ma ecco, se ha intenzione di fare figli, sarebbe meglio che iniziasse a pensarci per tempo, diciamo entro un annetto”. All’inizio, è stato il gelo. Poi, ho deciso di prenderla con filosofia. Una donna ha l’età che si merita, diceva Coco Chanel, e la mia, evidentemente, è quella in cui la ginecologa incute più terrore dell’impiegato dell’anagrafe. Era la fine di dicembre, e nell’ultima pagina della nuova agenda, nella lista dei dieci buoni propositi che, anno dopo anno, mi diverto sadicamente a disattendere, ho scritto “pianificare una gravidanza”. Quei famosi dodici mesi di riflessione non sono ancora finiti, ma quasi, e l’unica cosa che sono riuscita a pianificare, da allora, sono state le vacanze di settembre. Le mie paure sulla maternità sono rimaste esattamente allo stesso posto, e nel frattempo mio marito ed io abbiamo deciso di adottare un cane.

L’altro ieri la ministra Lorenzin, probabilmente dopo essersi consultata con la mia dottoressa, ha deciso di ribadire il concetto con questo fertilityday e con un simpatico spot pubblicitario in cui una donna dal mio stesso taglio di capelli, ma apparentemente più giovane di me, mi guarda sorridendo con una mano sulla pancia e una gigantesca clessidra in mano (altrettanto gigantesca). La bellezza non ha età, mi ricorda, ma la fertilità sì, e insomma, ciccia, quanto ancora vuoi rimandare? La prima reazione è stata l’incredulità. Poi, è arrivata la rabbia. Quella per il fallimento di una generazione di donne (la mia) che, sentendosi sufficientemente protetta da una serie di battaglie combattute anni prima della nostra nascita, ha deciso di relegare il femminismo a un esercizio intellettuale e un po’ snobistico, lasciando serenamente che il nostro utero tornasse un argomento di discussione pubblica, addirittura l’oggetto di una campagna propagandistica paragonabile a quella contro le sigarette o il gioco d’azzardo. Ce lo siamo meritato, ho pensato, è colpa nostra.

fertilityday

Nel giro di qualche ora, ho iniziato a rincuorarmi. La campagna di Lorenzin si è trasformata a una velocità sorprendente in uno dei più epocali flop che la politica italiana possa annoverare nel proprio passato recente e non solo, e la mia bacheca Facebook si è riempita di post e commenti di indignazione provenienti non solo da quelle valchirie irrecuperabili delle mie amiche ma anche – deo gratias – da molti uomini intelligenti, sensibili e genuinamente imbarazzati. In quelle critiche, ci sono tante verità. A cominciare dalla considerazione che non sia proprio la cosa più facile del mondo allargare una famiglia in un paese in cui disoccupazione e precarietà hanno raggiunto vette storiche, gli asili nido sono pochi, costosi e osservano orari di apertura da ufficio postale e le dimissioni in bianco sono una pratica più diffusa della raccolta differenziata. Ci sono tante altre cose, però, che non sono state dette, o almeno non a sufficienza. Per esempio, che nell’anno domini 2016, possa succedere che una donna un figlio non solo non possa, ma addirittura non voglia farlo. Che quei 2,1 bambini a testa necessari per garantire continuità e buona salute al nobile gene italico possano spaventare, essere visti come un ostacolo alla propria realizzazione, addirittura non essere desiderati e, di conseguenza, non amati.

Il punto, cara ministra, è che sentirsi sbagliate, spaventate e non all’altezza è già il nostro sport preferito.

Personalmente, non ho ancora capito perché fare un figlio mi spaventa così tanto. O meglio, l’ho capito solo in parte. Mi fa paura perché dovrei rinunciare a un lavoro contro cui impreco quotidianamente ma in fondo mi rende quella che sono, e che prima delle nove di sera non mi fa essere a casa. Mi fa paura perché so di essere una persona egoista, e perché ho sempre pensato che non sia un caso se la privazione del sonno è inserita nell’elenco degli strumenti di tortura unanimemente riconosciuti. Mi fa paura perché odio cucinare, perché alla fine del mese spesso e volentieri ho il conto in rosso, e mi fa paura perché ci sono domande, di quelle che fanno i bambini, a cui proprio non saprei da che parte iniziare a rispondere. Mi fa paura, soprattutto, perché mia madre, che alla mia età era incasinata almeno quanto me, ha potuto affidarsi ai miei nonni, e farmi crescere con loro per i primi tre anni della mia vita. Non ci sono state tragedie, per un tempo incredibilmente lungo ho avuto quattro genitori invece di due, e mia mamma non ha mai dovuto assolvere all’ingrato compito di dannarmi l’anima perché mettessi la maglia di lana. Io, purtroppo, non ho la sua stessa fortuna.

Il punto, cara ministra, è che sentirsi sbagliate, spaventate e non all’altezza è già il nostro sport preferito. Da Eva in poi, più o meno, siamo tutte campionesse olimpiche di inadeguatezza. Viviamo male la scelta di cosa indossare a un colloquio di lavoro, figuriamoci prendere una decisione che potrebbe cambiare non dico la nostra, ma almeno altre due vite. Le assicuro, insomma, che scegliere se fare un figlio è già sufficientemente difficile, anche senza epopea nazionalista e senza doverci sentire, per l’ennesima volta in colpa per quello che siamo, per come pensiamo, e per come decidiamo di vivere il nostro corpo. Se poi il suo intento era davvero solo quello, nobilissimo, di informarci che l’orologio biologico non è una leggenda inventata dagli gnomi della Foresta Nera, la ringrazio, ma me lo aveva già svelato la mia ginecologa.