Due donne, l’amicizia e l’incontro nell’ultimo film di Paolo Virzì

L’incontro di due follie ha sempre qualcosa di esplosivo. Il dolore è come una calamita, poli di segno opposto che si attraggono, chi è stato sempre troppo poco per sopravvivere nel mondo, chi è stato sempre troppo per rassegnarsi alla vita. Non importa la qualità della follia, ma l’intensità del dolore. Riconoscersi tra “diversi” è un’euforia che si autoalimenta, l’improvvisa speranza di sfuggire alla solitudine dell’isolamento, una mano tesa che trema, ma non si ritrae.

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La pazza gioia, appunto, dell’incontro, la pazza gioia di condividere il lato più oscuro in un istante ripulito dal giudizio o dalla commiserazione. Virzì racconta un’amicizia, certo, quella tra due donne estreme, diversissime, eppure complementari. Il dolore disegna lo spazio condiviso, noto a entrambe: Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi), borghese, bipolare, eccessiva, classista, tubini e sottovesti di seta finita in manicomio per troppo amore e Donatella (Micaela Ramazzotti), senza un soldo, borderline, depressa, fragile, minigonne e tatuaggi, finita in manicomio pure lei per troppo amore.

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L’amore e il dolore si sfiorano e confondono, di certo entrambi fanno uscir di testa. Scapperanno insieme, come Thelma e Louise senza coordinate interne, solo la voglia di essere libere di cercare un posto nel mondo che le accolga entrambe, a dispetto delle loro solitudini.

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Virzì costeggia il tema della pazzia con sapiente leggerezza, danzando in punta di piedi alle soglie del dramma, sulle sponde della commedia e al limitare della disperazione. Una disperazione che non ci è mai concesso di osservare in tutta la sua ombra infinita, ma che sbirciamo dalla serratura, proposta al netto delle emozioni che ci mozzerebbero il respiro in gola.

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Tutto si compie nello spazio d’aria che emerge dalla relazione tra le due donne. Il fiorire di una seppur attenuatissima speranza di scordare che l’inferno sono gli altri, gli ordinari, i “normali”. Sereni nelle loro stanze tutte bianche, senza Valium negli armadietti del bagno, senza la voglia di morire, senza cicatrici sulle braccia, senza pensieri in circolo che si mordono la coda, senza l’ossessione dei giorni che si alternano prima neri e poi bianchi, e poi bianchi e poi neri, all’infinito.

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Non sanno che proprio chi soffre di più conosce a fondo l’esistenza. Pure quando esistere diventa insopportabile. Possono, i cosiddetti normali, mangiare e bere, sposarsi, fare figli, curarli bene, rispettare le regole, giocare a carte, tenere l’anima al proprio posto. Ma non conosceranno mai la pazza gioia. E la fatica di vivere per cedere infine a un abbraccio sbagliato e scomposto, a uno sguardo velato dal pianto, su un muretto qualunque, vicino al mare.