Nelle situazioni più difficili, guardare sempre a chi aiuta. L’avevo letto in una foto citazione su Instagram, quelle un po’ casuali, buffe, ironiche, o serie ma senza pretesa di grandi verità, a volte forse stupide. Nei momenti peggiori, guardare a chi aiuta. Questa ha senso, anche con il discorso dei rifugiati.

Tra le questioni più delicate e drammatiche del momento: appunto, i migranti e i rifugiati. L’arrivo, l’accoglienza, i problemi legati ai rimpalli tra governi e Istituzioni dell’Unione Europea, il populismo che avanza creando solo rumore di fondo che impedisce di distinguere i fatti, la realtà, le persone. Il fenomeno immigratorio è semplicemente tale, molte di queste persone arrivano e arriveranno perché a farle muovere sono conflitti in corso, o impossibilità di una vita dignitosa. Il punto è come governare e gestire la situazione, stabilire regole, procedure, condividere responsabilità.

Ci ha provato la Commissione Europea con il piano di ricollocamento dall’Italia e dalla Grecia, verso gli altri paesi UE, in base a criteri ragionevoli, come l’indicatore di occupazione, il numero di abitanti, così da trovare un equilibrio tra chi arriva e la popolazione già presente. Un altro tentativo è il Migration Compact proposto dal governo italiano, che propone anche interventi europei nei paesi africani di provenienza, oltre a canali legali di accesso per migranti e i rifugiati.

Qui su Cosebelle Magazine avevamo raccontato di Zoi, una dottoressa greca, che con la OIM lavora sul campo, a Lesbo, primo soccorso, emergenze, cure. Faccia a faccia con la vita, coi visi di chi arriva, come la bimba di nove mesi a Lampedusa, in braccio al medico Bartolo, con i suoi occhi splendidi e pieni. La guardi e pensi a come trovare le parole per spiegarle tutto, quando sarà un pochino più grande, ma anche a quanto futuro merita davanti.

Questa volta parliamo di cosa succede dopo l’arrivo. A Bruxelles ho incontrato il coordinatore delle operazioni dell’Agenzia Federale per l’accoglienza dei richiedenti asilo, FEDESIL, Joris Stabel, un ragazzo di neanche 28 anni, con alle spalle esperienze temporanee alla Nato e in Commissione EU (EEAS), con la passione per i libri, le parole, un parco un po’ nascosto dietro gli stagni di Flagey, i bar dove si può leggere in pace e l’Afghanistan. Anche lui, insieme ai colleghi e ai volontari, è uno di quelli a cui guardare nei momenti complicati, perché aiuta. In buona parte attraverso un lavoro di coordinamento, ma “se succede qualcosa nel centro a Bruxelles, dove lavoro, dagli uffici lasciamo le scrivanie e corriamo dalle persone in difficoltà che stiamo ospitando per provare a risolvere la situazione”.

Le storie di chi arriva sono molte, il parco Maximilian, che a ottobre era pieno di persone nelle tende, per fortuna non esiste più, “ora chiunque arriva, fa richiesta, e deve accedere a un servizio di accoglienza, nessuno resta senza un tetto sopra la testa.” La procedura di “voluntary return” (rimpatrio volontario) è già stata avviata, per coloro che non hanno diritto legale di restare in Belgio, o per scelta decidono di tornare al punto di partenza. Disquisiamo un po’ sulla questione, all’inizio non ho ben chiaro come qualcuno che rischia la vita possa decidere di tornare indietro ricevendo in cambio un volo pagato e una somma di denaro, che ogni stato definisce. Qui si tratta di 500 euro. L’idea è fornire risorse perché chi torna possa ristabilizzarsi, ricostruire da dentro. 

C’è poi il piano di resettlement, il Belgio accoglierà 550 rifugiati, scelti in base a situazioni di fragilità: età, malattia. Nel gruppo arrivato a fine aprile ci sono anche 62 bambini.

«I più grandi hanno seguito le spiegazioni e le attività che la Fedasil ha preparato, i più più piccoli sono stati equipaggiati di libri, album da colorare e giochi a tema Belgio». Il viaggio per l’integrazione inizia anche così, un album a colori per capire dove vai, come fare amicizia con la tua nuova casa. Perché parliamo di questo, di scappare, lasciare tutto, e cercare di costruire la propria vita altrove. 

C’è poi la questione legata ai minori non accompagnati. Famiglie che per motivi economici usano le risorse rimaste per provare a far arrivare i figli in Europa. E viene fuori la storia di un bimbo che in una gita organizzata, appena intravede il mare dal pullman trema e sviene. Ma anche delle “famiglie culturali », che esistono in Olanda da moltissimo e che stanno cercando di organizzare anche in Belgio. Perché affidare un bimbo o una bimba afghano o siriano, anche alle più amorevole famiglia della campagna fiamminga, può essere complicato, mancano legami, identità, le piccole cose che ti fanno sentire chi sei”, e quindi in Olanda i bimbi vengono affidati a famiglie culturalmente loro vicine. È bello, banale, logico. A pensarci è solo giusto.

Un’altra questione meno chiara, è la definizione “illegal migrant”, una persona può essere illegale? Formazione in legge, pensa con la sua testa, “bella domanda”, è una definizione, ma in Belgio chiunque può legalmente fare richiesta di asilo e riceve accoglienza temporanea, oltre che indicazioni per valutare il da farsi.

Gli occhi limpidi e curiosi di chi non pensa di salvare il mondo, ma di aiutare sì, di mettere a disposizione le proprie competenze, e tutto quel che si può imparare lavorando. “Quando hanno aperto il centro i residenti del quartiere si lamentavano, una volta avviato, alla prova dei fatti, di un luogo che funziona, ospita, è ben gestito, i malumori sono rientrati.” Anzi, “l’aspetto migliore è legato ai volontari, chi decide senza nulla in cambio di dare una mano”. E te lo immagini a Berlino, all’università, con la musica elettronica e « il proprio modo di ballare », e ora qui. Tutte persone normali, nessun supereroe.

Il sistema non è perfetto, c’è molto da fare, da migliorare, ma nessuno resta senza casa, si cerca di tenere insieme tutto, e le necessità delle persone. Persone, niente di più niente di meno. Al netto dell’effettivo fenomeno drammatico, per numero di vittime, e della centralità mediatica, a volte un po’ esasperata, non è in corso nessuna invasione. Se si prova a guardare i fatti, popolazioni che si spostano per necessità, che contribuiscono al sistema economico e pensionistico, razionalizzando la paura e spegnendo il populismo, la prospettiva è diversa. In un equilibrio tra accoglienza, integrazione, e sviluppo nei paesi di origine da supportare, non semplice, ma cruciale.

Bastano poche domande per provare a sintonizzarsi. Anzi solo una, cosa faremmo noi? Sinceri, davanti allo specchio, senza dover dimostrare una o un’altra idea del mondo, cosa faremmo? O cosa vorremmo per i nostri figli?

Ogni volta che ci penso rivedo mio nonno, 86 anni, italiano, che scherza dal balcone col bimbo dei vicini (una capacità innata di calamitare i sorrisi dei bimbi come fosse il nonno di tutti, ho sempre creduto lo fosse) e comunicare metà in italiano metà in chi lo sa, perché il bambino stava imparando la lingua. O la macelleria all’angolo, “sono arabi” (mai capito la reale provenienza, l’aveva deciso lui) e usciva, chiacchierava, tornava con un aneddoto nuovo.

Certo, ci vuole tempo, l’integrazione non cade dall’alto, e neanche la comprensione di cosa si può fare, ma serve guardarsi intorno, mettersi nei panni altrui, provare a parlare, abbassare un po’ il volume degli urli e dei proclami. E tra ostacoli e difficoltà, le cose possono anche funzionare, ed essere o diventare anche belle.