Lo scorso 24 Aprile si è celebrato in tutto il mondo il Fashion Revolution Day, la giornata internazionale dedicata all’abbigliamento sostenibile. E nello stesso mese è stata attivata, per il secondo anno consecutivo, la campagna #whomakesmyclothes in cui, a colpi di hashtag, si è chiesto ai maggiori produttori di abbigliamento dove vengono realizzati i capi che indossiamo ogni giorno. È vero, di strada da fare ce n’è ancora molta, ma almeno nel settore del fashion, con l’obiettivo di combattere lo sfruttamento del lavoro nella produzione tessile, si sta cercando di costruire una maggiore consapevolezza. La stessa consapevolezza che non troviamo nel settore dell’arredamento, dove risulta ancora poco chiaro come, soprattutto alcuni dei più famosi colossi dell’home design, riescano ad abbattere così tanto i costi. Sappiamo bene come risparmiare sia allettante per tutti, ma davanti ad un prezzo davvero troppo basso dovremmo imparare a fare un semplice esercizio: chiederci quali materie prime siano state utilizzate, chi ha prodotto e assemblato il materiale, sotto quali condizioni di lavoro, in quali Paesi. E ancora, dovremmo domandarci come un prodotto del genere a quel prezzo possa vantare di una campagna pubblicitaria da milioni di euro. Dovremmo capire che per vendere un prodotto a quelle cifre ridicole, sicuramente si è dovuto tagliare e risparmiare da un’altra parte, spesso sulla qualità del lavoro e sulla non eticità del sistema produttivo. Dovremmo forse convincerci che la nostra scelta quotidiana è fondamentale sia in termini di vestiti, sia di mobili.

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A proposito di scelte, abbiamo intervistato due progettisti che hanno deciso di andare controcorrente, all’insegna di una “vita fatta a mano”, etica, trasparente e di qualità: Woodly.

Cosa ha spinto un industrial designer con uno studio avviato – Vinaccia Integral Design – e una paesaggista – Laura Consorti – a lasciare Milano, trasferirsi in un casale sulle colline di Parma e creare, dal nulla, una nuova azienda?
Qualunque lavoro, anche il più bello, può diventare routine e dopo una vita in grandi città, con l’arrivo di due bambini, volevamo provare la campagna e una vita più sana. La creazione di Woodly è stata una sfida, un sistema per avere di nuovo l’entusiasmo dei primi tempi e anche, finalmente, per riuscire a progettare come i clienti non ci avevano mai permesso di fare finora.

Come mai avete deciso di incentrare la vostra produzione su arredi ecologici dedicati ai più piccoli?
Sempre a causa dei due nuovi arrivati, ci siamo resi conto come alcune cose mancavano completamente o erano molto difficili da reperire, per esempio quasi tutti i mobili montessoriani che trovavamo in giro erano un po’ tristi, spartani.

Utilizzate solo legno massello o multistrato proveniente da foreste gestite in modo responsabile e sostenibile, finiture ad olio prive di tossine e colle a base d’acqua. Quanto è difficile oggi portare avanti un progetto a impatto zero?
Non è difficile, è solo una questione di volontà e di accontentarsi di margini un pò più bassi. Alcune lavorazioni, come per esempio la finitura a gommalacca, sono da fare a mano e questo aumenta tempi e costi, ma ne vale la pena.

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Per i mobili dei bambini come il lettino in stile montessoriano impiegate appunto la finitura a base di gommalacca. Ci spiegate come avete riscoperto questa antica finitura? Perché, secondo voi, non viene più utilizzata?
Abbiamo avuto la fortuna di trovare un partner per il progetto Woodly, si tratta di Massimiliano Molino. Lui nasce come restauratore di mobili antichi e la gommalacca è stata una sua idea. Oggi la usano solo per il restauro o per gli strumenti musicali di pregio, è cosi sana che si può mangiare (è anche approvata come colorante alimentare!), è bella ma costa di più delle finiture moderne, e non si può dare con la pistola a spruzzo bensì va stesa a mano.

Con l’idea dei vostri mobili ecologici progettati per durare nel tempo combattete una dura battaglia contro quella visione consumistica che considera anche l’arredamento un affare “usa e getta”, di invecchiamento rapido. Pensate si possa tornare ad educare le persone verso uno stile di vita che metta al centro la sostenibilità e la qualità?
Si, pensiamo sia l’unica strada percorribile! Noi scherziamo sempre dicendo che siamo “contro il riciclaggio”, ma in realtà lo pensiamo seriamente. Quando vediamo progetti fatti per esempio riciclando le bottiglie di plastica, spacciati per ecologici ci domandiamo: non sarebbe molto meglio non usarle proprio? I tedeschi non le usano da anni e ci sembra non sia morto nessuno. Ma questo diventa un problema politico, non di design.

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Qual è il profilo del vostro cliente tipo? E a chi invece vorreste arrivare con la filosofia del vostro marchio?
E’ una persona sensibile all’ambiente, ma che anche sa apprezzare un buon prodotto ben fatto con un tocco di design, fatto per durare. Sicuro non è un cliente Ikea.

E poi c’è la Corte di Woodly, di cosa si tratta?
Hanno cominciato a venirci a trovare i clienti per ritirare i lettini o le culle e ci siamo resi conto che potevamo ospitarli noi… così è nato il nostro B&b. In zona mancava!

E per finire la nostra domanda di rito: qual è la vostra cosabella?
Ovviamente Michele e Francesco, i nostri gemelli ottoenni.

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Woodly
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