C’è questo mito attorno agli spinaci. Che ai bambini non piacciono, che bisogna mimetizzarli nelle polpettine, nel purè di patate, nelle spinacine. Che ai bambini si finisce col dirgli «se non finisci le verdure non giochi con la Playstation». O con i soldatini, o con i Lego, o con il cerchio e il bastone, a seconda di quando la scena si svolge. Poi a un certo punto – non si capisce bene quando – gli spinaci iniziano a piacere. Forse perché la strategia della minaccia o quella del mimetismo in altri cibi finalmente funziona. Forse il nostro senso dello schifo si modifica con il tempo.

O forse non è che ci sarebbero piaciuti lo stesso se non avessero incarnato l’obbligo da assolvere per poter passare allo schermo successivo, quello che tutti preferiscono, il gioco, lo svago?

Anche la letteratura passa più o meno attraverso il mito degli spinaci. Non per tutti, sia chiaro. Esiste tantissima gente adulta che come non mangia gli spinaci, non apre nemmeno un libro che sia uno. Io li guardo sempre un po’ scettica, questi qui. Però esistono, non è che li puoi cancellare dalle anagrafi.

Perché i libri che ci davano da leggere al liceo ci facevano spesso schifo? Facevano davvero schifo? Siamo noi che, percependoli come un obbligo, li mettevamo da parte perché volevamo solo farci le scritte sulla Smemoranda? Erano libri sbagliati, che avremmo capito meglio più avanti, come il sapore degli spinaci?

Ero una studentessa diligente, vagamente secchiona, ma di quelle che non studiano se sanno che non interroga e che passa le versioni di latino. Nonostante questo, i libri che ci dava da leggere la nostra professoressa di italiano (che stimavo) non c’era verso, non li leggevo. Per La Chimera di Vassalli  ne nacque addirittura un caso diplomatico perché avevamo copiato tutte la stessa relazione nonostante ci fossimo divise il libro per capitoli. Manco quella manciata di capitoli avevamo letto.

Perché non ho mai letto Il Giardino dei Finzi Contini?

Sabato sera, parlando con amici, esce fuori sta cosa. Eravamo noi? Erano i libri che facevano schifo? Perché Il Giardino dei Finzi Contini che ho nella libreria è ancora intonso, eccezion fatta per qualche scrittina ebete sulla copertina (quella cosa della Smemoranda, in sostanza)? Domenica mattina lo ho ripreso in mano, curiosa di scoprire cosa ci avrei trovato. È finita che per i cinque giorni successivi in ogni momento libero della giornata mi mettevo a leggerlo. Scendevo dal bus una fermata dopo apposta per leggerne di più. In più, per una fatalità sono stata pure due giorni a Ferrara.
La storia di Alberto, Micòl, il Malnate, delle partite di tennis, di Ferrara, delle leggi razziali e della guerra che naturalmente si intreccia con quella quotidianità benestante e un po’ decadente è una storia bella, appassionante, a tratti incalzante come un amore da feuilleton, come una serie tv. Quando sono arrivata alla fine, oltre a quel sentimento di tristezza che mi coglie sempre dopo aver finito un libro, mi sono chiesta «ma perché non lo ho letto prima, ad esempio quando mi obbligarono a farlo?» Perché non ho voluto conoscere Micòl, che mi sarebbe stata così simpatica, perché non ho voluto saperne nulla di questo amore così rétro ma comunque così vero, pieno di giochini stile “ti telefono o no”, “mi si nota di più”, “ho chiamato per dirti che ti amo”. Insomma, attualissimo. Il Giardino dei Finzi Contini non è un libro trombone, è letteratura, sì, ma è un libro bello, perfetto per essere letto a 15 anni.

Avevo previsto tutto con molta esattezza: tutto tranne che l’avrei baciata.

Forse gli insegnanti non dovrebbero obbligare a leggere niente, per evitare l’effetto spinaci. Forse dovrebbero abbracciare la postmodernità e consigliare un libro di una youtuber e poi il Giardino dei Finzi Contini, che un po’ è la logica bastone e carota unita alla tecnica della spinacina. Forse è che l’adolescenza ha l’orticaria nei confronti delle cose imposte e figurati se uno ti dice che devi leggere un libro PER FORZA  e che questo libro parla di LEGGI RAZZIALI e che poi magari ci scappa una RELAZIONE. Sai che palle. Forse i professori dovrebbero preparare delle fascette accattivanti. O forse è che la letteratura è svago, deve fare parte di quello schermo che tutti preferiscono, non deve essere l’obbligo attraverso cui passare. E se lo deve essere, si deve trovare un modo per farla amare, per farla vedere per quello che è: svago, evasione, viaggio, bellezza. La letteratura è personale, soprattutto a quindici anni, è formativa e importantissima perché è anche da lì che diventiamo poi quello che siamo.  Scusate lo sfogo.
Ad ogni modo, se siete come me tra quegli scemi che non l’avevano ancora fatto, leggetelo Il Giardino dei Finzi Contini. Non ve ne pentirete. Quindicenni, ascoltate i vostri professori, mal che vada leggete un libro in più.

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L’immagine è tratta dal film omonimo di Vittorio de Sica, recentemente restaurato.