Anna Maria Farabbi è nata a Perugia il 22 luglio 1959. Poetessa, traduttrice, saggista, ha pubblicato con grandi editori nel panorama della poesia italiana contemporanea (Mondadori, Sellerio, Lietocolle, Il Ponte del Sale e altri). Dirige la collana Un’altra via di pane, vino, tavola e molto silenzio per Lietocolle e la collana Segnature per Terra d’ulivi. L’abbiamo intervistata per parlare della sua poesia e di poesia.

Cosebelle: Nella tua vita come hai incontrato la poesia?
Anna Maria Farabbi: La poesia mi è venuta addosso e poi in corpo. Senza scampo, senza tregua. Da quando avevo tredici anni, cerco di studiare e creare ogni possibile strumento per sostenere questa esistenza.

Come definiresti la tua poesia?
Non sono in grado, ma non vorrei nemmeno, definire, nel senso di stendere narrativamente confini e identità del mio lavoro. Mi sembra una mancanza di rispetto verso chi lo riceve. Piuttosto spalanco la mia intenzione di integrità e interezza tra il fare interiore, dentro cui avviene la gestazione ritmata della parola, e la scrittura che si deposita sul foglio. Voglio che il mio canto abbia una stessa quota ovunque io sia, tra gli analfabeti o i colti, coniugandomi.

Racconti spesso delle tue iniziative che rendono questa forma d’arte estremamente formativa, necessaria e conoscitiva. In che modo riesci a rendere la tua poesia un’attività “civile”?
Essere in poesia, per questione di vita e di morte, con una responsabilità feroce nei confronti della lingua, verso le eredità trasmesse dai nostri maestri e maestre, per una pratica relazionale che agisca contro la desertificazione etica e culturale…tutto questo è già una postura civile salda, perentoria. Vivere l’oralità del canto, verificandone la sua potenza soprattutto nei luoghi sconsacrati, ignoranti e ignorati, tremendi, è poesia. È un fare politico contro una società decadente che separa e definisce alto e basso, differenzia qualitativamente luoghi e creature. Io riparto dalle scuole e dagli inferni:  manicomio, carcere, case di cura per anoressia. Canto con il silenzio della lingua dei segni e con l’ acutissima ricezione sensoriale dei ciechi.

Cos’altro?
C’è un’altra azione civile fondamentale che mi sta a cuore e dentro cui tesso da anni: porre in luce opere e autrici sommerse. Nella mia bibliografia e le pubblicazioni delle mie due collanine propongono questo riscatto della luce assassinata, cercandone la resurrezione. Cito qualche nome da me lavorato: Paola Febbraro, Maria Grazia Lenisa, Michel Louise, Vittoria Aganoor, Kate Chopin, Eleonora Duse, Madame D’Aulnoy, Marie Noel, Aldo Capitini, Walter Binni.   

Quali delle tue raccolte, a tuo avviso, raggiunge maggiormente questo scopo?
Leièmaria, Abse, Talamimamma.

Quali vantaggi trai da questo tipo di attività?
Nessuno, se non crescere interiormente e rendere di conto eticamente.

Questo tuo lavoro denota una forte fiducia nei confronti dell’essere umano, qualsiasi sia la sua storia o la sua età anagrafica. Quanto è difficile ricevere la stessa fiducia da parte delle persone che incontri?
Non è fiducia, è una scelta radicale di integrità necessaria. Se sia difficile o meno ha poca importanza.   

Hai dei progetti futuri in proposito?
Schizzo a breve distanza: uscirà per la casa editrice il Ponte la mia opera di cura e traduzione su Louise Michel, per la casa editrice Kammer la mia ultima opera di poesia dentro la 0, vorrei scrivere la narrazione delle mie esperienze sprofondate negli inferni. Vedremo se si compiranno o rimarranno un passaggio di nuvole.

Vi lasciamo con una poesia di Anna Maria Farabbi, diario di una figlia poeta (da Abse, il Ponte del Sale, 2013)

A tredici anni sono uscita di casa

perché mio padre

non voleva che scrivessi poesie.

Avrei dovuto essere normale pratica e mite.

Da allora camminando mi sono chiesta

l’utilità se davvero esiste una mandorla atomica

nutriente nella poesia.

E se il mio orto interiore

un solo verso lavorato anni e anni

può barattarsi con l’espressione intima

di una qualunque altra creatura.

Che sia davvero un bene un viaggio sacro un polmone.

Per questo ho studiato tanto le scritture degli esseri

non solo umani l’analfabetismo

anche quello delle ergastolane di San Vittore

il labirinto auricolare e le energie tattili dei ciechi

il linguaggio dei segni e il profondo

ricettivo dei sordi

la notte nelle tempie fosforiche dei matti.

Questa creatura poesia è organica. Direi a mio padre così.

Ha una natura congiuntiva e irrimediabile.

Intensifica e implode. A volte schizza ori.

Gli direi di amarmi

con tenerezza conciliata ormai:

so liquefare un’ascia

assimilando il fiume.

Con l’umiltà di creare niente.

Intervista e testo di Costanza Lindi.