Il lato oscuro dello sport in Foxcatcher, il film di Bennett Miller con Steve Carell e Channing Tatum

Il verbo “vincere” torna a balbettare sulla bocca di tutti in questo giugno di Europei di calcio ed elezioni: tifano quelli che non hanno mai guardato una partita, intonano l’inno, la mano sul cuore, mentre si infiammano con la matita in mano nella cabina elettorale. Di questo si tratta sempre, di vincere e fare squadra, qualcosa che ha a che fare col nostro bisogno d’appartenenza e che ci bussa in testa, da quando sugli spalti applaudivamo il gladiatore, o il leone.

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Eppure non siamo mai noi lì nella polvere, né leoni né gladiatori. Il muscolo che scalpita, la paura e la rabbia, l’adrenalina che sale e cancella tutto. No, noi non sappiamo come ci si sente. A dare la vita per vincere, a sudare l’anima nel sacrificio estremo di sconfiggere un corpo che rimane sempre indietro, rispetto alla nostra volontà.

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Questa è la storia del campione olimpico di lotta Mark Schultz (Channing Tatum), di suo fratello (Mark Ruffalo) e del suo mentore (Steve Carell). Questa, come recita il sottotitolo italiano, è una storia americana. D’americano c’è il disperato bisogno di liberarsi dalla melma dei perdenti, emergendo ad ogni costo, anche quello della vita. Di americano c’è un contesto di degrado, comune a molti campioni, che sperano di trovare nello sport un alleato sacrificandosi sull’altare del riscatto.

FOXCATCHER - 2014 FILM STILL - Channing Tatum as Mark Schultz and Mark Ruffalo as Dave Schultz - Photo by Scott Garfield/Sony Pictures Classics © Fair Hill, LLC. All rights reserved.

Per il resto, si tratta di vincere, e si tratta di sport. Le orecchie consumate, i lividi, le sveglie all’alba, il traguardo che beffardo si sposta sempre un passo più in là. La voglia di distruggere se stessi, sublimandosi in una macchina perfetta e la devastante delusione dell’umanità che non lascia spazio agli idoli. Trovare qualcuno in cui credere e che abbia fede, fede in noi, una fede cieca che lambisce le sponde del fanatismo, che si trasforma in corso d’opera in qualcosa di diverso, dalle stelle alle stalle, e beati quelli che non hanno bisogno di dèi.

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E se pure Foxcatcher è una storia americana, c’è tutto il lato oscuro dell’America. La perdita, che aleggia su tutto come una spada di Damocle, l’errore che consuma, i sentimenti che mischiano le carte. Vincere e perdere. Per vincere si perde sempre qualcosa. Ed il prezzo da pagare è molto alto, carissimo, più caro dell’oro fuso di una coppa, di un pugno alzato su un ring seguito da applausi scroscianti.

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Il paradosso è che a certi livelli si vince solo se a vincere è un’ossessione. Ma è in quell’esatto momento, all’apice della potenza – perfetta forma fisica, nervi tesi, concentrazione, rabbia – che inizia ad insinuarsi un tarlo, corrode la mente dall’interno, serpeggia nei pensieri e dice: “Sempre in cima non ci potrai stare, campione”.

Che finisca nella solitudine, nell’alcol, o con un colpo di pistola, questo, beh, lo decide il fato.