Domenica 19 giugno a Milano, come in molte altre città, è successo qualcosa. Milano ha un nuovo sindaco, e per fortuna, almeno, non sbaglia i congiuntivi (ho dovuto chiudere la #maratonamentana su quel ‘se i dati verrebbero confermati – cit. On. Ivan Della Valle, deputato M5S). Roma, amore: mi dispiace. Capisco la tua disperazione, ma secondo me hai fatto una stupidata.

Ad ogni modo, dopo aver esercitato il diritto e dovere di voto – scelta di molto facilitata da un’assenza sostanziale di alternative – mi sono concessa, tra un acquazzone e l’altro, una delle mie consuete passeggiate nel centro storico della città, quello della Mediolanun romanica, per sbirciare tra le corti nascoste di Corso Magenta (quella di Portaluppi, dietro agli Atellani e di Palazzo Litta), per proseguire, dopo un caffè alla Pasticceria Marchesi, lungo la via Meravigli, che di meraviglie, invero, ne nasconde molte, tra i palazzi di fine ‘800 (non li avete visti i soffitti di Palazzo Turati?) e persino sotto le loro fondamenta… cielo, c’è un teatro romano del I secolo, giù in cantina!

Camminare senza fretta, guardarsi intorno, sporgersi. Ad un certo punto, mi ritrovo alla Fondazione Forma. C’è una mostra che chiude, Punto d’Ombra, l’ho già vista, ma è così bella che decido di tornarci, anche se dopo un’amica mi aspetta a Palazzo Reale. Così, una semplice passeggiata si è trasformata istantaneamente in un giro del mondo in poco più di 60 fotografie. Ogni immagine è accompagnata da un breve testo, mai didascalico, un pensiero, un’idea; una raccolta di appunti e riflessioni che hanno catturato lo sguardo e mosso il gesto di Teju Cole atto a fissare l’immagine.

Teju Cole è uno scrittore, fotografo e critico del New York Times. Nato nel 1975 nel Michigan, è cresciuto in Nigeria, paese natale dei suoi genitori, che ha lasciato a 17 anni per tornare negli Stati Uniti, dove vive tutt’ora.

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Di lui ricorderete Città Aperta, l’esordio letterario in Italia per Einaudi (2013). Con il linguaggio specifico della fotografia, e la stessa finalità della scrittura – sono due modi di «salvare dall’oblio e preservare il futuro» – ritroviamo anche qui il suo modo di vivere l’essere-nel-mondo, in uno spazio che non è più solo quello cittadino delle passeggiate Sebaldiane a New York o del nostos di un contemporaneo Odisseo afroamericano. Se prima lo abbiamo immaginato lì, a camminare, pensare, camminare-per-tornare alla casa d’infanzia, insieme a Julius, suo alter ego flâneur, colto intellettuale e cittadino del mondo senza radici, lo vediamo ora allontanarsi, taccuino e caméra à la main, in lungo e in largo per il mondo, senza un apparente filo logico, se non la raccolta preziosa di frammenti da scomporre e ricomporre, scegliendoli sempre con estrema cura.

Il punctum, direbbe Barthes, è proprio la scelta del momento esatto, la difficile determinazione di cosa è veramente importante trattenere e di cosa scartare da una visione per ‘fisica della natura’ continuamente mutevole, mai identica a se stessa. Qualcosa eccederà sempre, perché sempre – qualcosa è destinato a sfuggire.

Com’è iniziata questa ricerca, ce lo rivela il titolo, chiave di lettura di tutto il percorso: è nata da un Blind Spot: una lacuna buia, una mancanza, un punto cieco, quel difetto costitutivo che, lo dice la scienza, abbiamo nell’occhio, lì dove la retina incontra il nervo ottico. Così è intitolato anche un racconto autobiografico dell’autore, pubblicato qualche anno fa su Granta: Cole racconta di come una temporanea esperienza di semi cecità abbia modificato il suo sguardo, i suoi modi di vedere e interpretare e, di conseguenza, fotografare; una debolezza fisica è confluita in forza creativa e di pensiero, sfida al concetto naturale di percezione.

Nel solco della tradizione fenomenologica, Cole si interroga sul significato della visione e del (non) visibile, risuona ovunque la eco di Merleau Ponty. Tutte le fotografie portano la traccia di John Berger – a lui, infatti, il progetto è dedicato (e al Chris Marker di Sans Soleil «if they don’t see happyness in the picture, at least, they’ll see the black», in modo più sottile). Le citazioni in corso d’opera sono innumerevoli, c’è una foresta di segni e allusioni da attraversare ed è una festa rintracciarle o inciamparci dentro.

Per tutti voi che non avete fatto in tempo a vederla, e per chi vorrebbe invece ripercorrere immagini e parole, potrà farlo grazie all’interezza più ampia del catalogo, dove tutti i materiali raccolti sono messi liberamente in relazione, tramite associazioni di idee solo in apparenza lontane.

Così viene alla luce il diario di viaggio affatto pindarico del giovane autore, la ragnatela visiva del suo peregrinare.

Un breve, denso saggio di Siri Hustvedt introduce e presenta il lavoro, con lo stile esatto e inconfondibile della donna che trema. Non ve lo racconto per lasciarvi abbandonare al piacere della lettura. È edito da Contrasto (se siete curiosi, sfogliatelo pure qui) e tradotto da Gioia Guerzoni.

La recensione doveva essere breve. E lo è davvero, rispetto a tutto quello che ci sarebbe da dire. Avevo promesso alle ragazze solo un paio di cartoline, finalmente eccole.

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L’autrice del testo e delle foto live è Laura Atie. Vive a Milano, ma torna sempre a Parigi.
Involontaria grammar-nazi & punctuation lover. Collabora con Doppiozero. È alta, ma i tacchi me li mette lo stesso. E soprattutto, non troppo genio.