La scuola cattolica è un romanzo-memoir, in parte autobiografico, di Edoardo Albinati. Si svolge dentro una matrioska.

La bambola più grande è l’Italia degli anni Settanta, tesa, contraddittoria, sempre bloccata tra progresso e conservatorismo. Dentro c’è Roma, e dentro ancora c’è la borghesia di Roma. Una borghesia alta, non un ceto medio. Nella scatola successiva c’è il quartiere Trieste, palco in cui questa borghesia mette in scena la sua vita quotidiana. C’è poi lei, la Scuola, ovvero l’Istituto San Leone Magno, frequentata dai rampolli maschi delle sopracitate famiglie bene, amministrata dai preti.

E questo micromondo ribolle tutto, cova inquietudini, e esplode nel cuore della scuola cattolica -e intendo sia romanzo che edificio-. La matrioska più piccina la scoviamo in poche pagine della parte centrale del libro, e riesce tuttavia ad essere sempre presente. È un fatto di cronaca nera, reale, crudo, che ci riguarda, tutti e tutte: il massacro del Circeo. Il 29 settembre del ‘75, tre ragazzi frequentanti l’Istituto San Leone Magno insieme ad Albinati, invitarono Rosaria Lopez, di 19 anni, e Donatella Colasanti, 17, in una villa di famiglia di uno dei tre. Le ragazze furono stuprate e seviziate. La prima morì, la seconda si è salvata fingendosi morta.

Un episodio che ha chiamato in causa un modo di vivere, una classe sociale, un sistema di valori, forse un intero Paese.

L’autore nasce e cresce con questo ambiente come paradigma, e per 1294 pagine prova a spiegarcelo. Non solo, prova a farcelo vivere, sentire, toccare, annusare. Tenta con minuziose descrizioni, dettagli così quotidiani da sembrare banali, che danno quindi alle pagine il sapore ordinario della realtà, digressioni continue e riflessioni su fatti concreti e concetti astratti. Ce la fa, a farci entrare? Nel mio caso, no.

Mi spiego. Non sapevo niente di questo libro. Con un’ingenuità che ancora non mi spiego, scorrendo velocemente la lista dei candidati tra cui dovevamo scegliere, ho pensato di avere qualche affinità con La scuola cattolica. Non saprei neanche bene definire il perchè. Non ho frequentato una scuola di preti, solo un asilo di suore. Tuttavia, il mondo cattolico e di quell’educazione lì non mi sembrava così distante. Questo è stato il mio primo errore. Per tutto il libro mi sono mossa all’interno di una geografia che non mi appartiene. Le tre dimensioni Roma anni ‘70, borghesia, maschi sono quanto di più diverso da provincia veneta del nuovo millennio, classe contadina che è arrivata ai banchi del liceo classico almeno due generazioni dopo quella del libro e universo femminile possiate immaginare. Mondi diversi, in alcuni passi è stato come essere allo zoo.

Prima di dimenticarmene, o prima che voi dimentichiate che ho scritto di aver commesso un primo errore, vi svelo il secondo. Ho letto La scuola cattolica in ebook. Secondo me, non fatelo. Questo libro pesa. È lungo, è grande, la sua mole va percepita e io -almeno fisicamente- non ho potuto farlo.

Ma torniamo ai maschi. Non uomini, intendo proprio maschi.

Nascere maschi è una malattia incurabile”, scrive Albinati. Ed è uno dei temi del libro che mi hanno più affascinato, sempre nell’ottica dello zoo di cui sopra. Certo, in più di mille pagine ci sono adolescenza, amicizia, violenza, sessualità, politica, denaro, ma La scuola cattolica puzza soprattutto di spogliatoio. Aggressività, virilità, e rapporto con il femminile compaiono in modo ricorrente, l’autore racconta -magistralmente- un modo molto preciso di essere maschi, non necessariamente cattivo come non necessariamente universale, che ci aiuta a riflettere su più livelli, da quello della storia del nostro Paese a quello delle nostre relazioni più intime e private.

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