Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci. Candidato al Premio Strega 2016. Presentato da Giuseppe Antonelli e Diego De Silva

Il primo motivo per cui ho deciso di leggere questo libro è che si parla di cinghiali. No -cari lettori e care lettrici- il cinghiale del titolo non è una metafora, qui si parla davvero di cinghiali. Il secondo motivo riguarda l’ambientazione spaziale: l’entroterra aretino che confina con l’Umbria, insomma, casa mia. Il terzo motivo è sugli anni in cui si svolge la storia: quel 1999 pieno di flashback che coincide esattamente con i mesi in cui abbandonai Roma per trasferirmi a Passignano sul Trasimeno (e trovare il mio paese citato in un romanzo vero, di quelli che si comprano in libreria e vengono pure candidati e premi grossi, per noi gente di campagna è tanta roba). Il quarto -ultimo ma non meno importante- motivo è che io a minimum fax gli voglio proprio bene, da anni, mi hanno fatto conoscere la letteratura americana contemporanea, mi hanno fatto scoprire un amore sconfinato per i racconti brevi, e sono sempre curiosa di scoprire cosa tirano fuori dalle loro fucine, specie se si tratta di autori italiani.

Insomma: le premesse c’erano tutte perché io scoprisse ne Il cinghiale che uccise Liberty Valance il libro della vita.

È stato così? Sì, ma con qualche limite.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un romanzo che racconta la vita, e le persone, di un paese intero: Corsignano. Le parole che usa Meacci sono come vento che entra dentro il paese e sfiorando i muri, infiltrandosi nelle persiane, facendo volare i cappelli, delineando una sorta di grande romanzo familiare. Che lo leggi e pensi che sei di fronte a qualcosa che i tuoi figli o i tuoi nipoti studieranno a scuola, come Verga o Manzoni. Da una parte c’è il racconto degli uomini, ed è lì che si usa una lingua alta, altissima, con riferimenti culturali che a volte sembrano eccessivi per i tratti dei personaggi.

C’è poi la lingua dei cinghiali, ed è lì che si trova il vero genio. 

Io non conosco Meacci ma me lo immagino come il cinghiale protagonista: nella provincia ha scoperto la parola, ha capito ciò che gli altri non capiscono, e prova in tutti i modi a spiegarsi, a spingere gli amici alla conoscenza. I cignàli nel mio paese non sono solo gli animali, ma anche gli uomini che capiscono solo la lingua della terra (cignalòni, li chiama mia madre). Mentre scorrono le loro vite mi viene naturale pensare a tutti quelli che dal paese si sono emancipati. Che non vuol dire che hanno rinnegato la terra, ma che hanno saputo capire di più, uscire, scoprire. Restando cinghiali.

Stavo tornando a casa, in Umbria, mentre pensavo a questa recensione. Erano passate le undici di sera e a illuminare la strada che porta a casa c’erano solo i due fasci di luce dei fari della Panda. Arrivati al cancello inchiodiamo con la macchina: lì, di fronte, messo di fianco, che ci guarda con la coda dell’occhio, c’è un cinghiale. È diverso da quelli che ho visto nella mia vita qui, in campagna: di solito sono neri e ti attraversano velocemente la strada. Quello era rosso, rosso scuro, e non si muoveva di un millimetro. Se ne stava lì, illuminato dalla luce dei fari, come a dire che da lì, non si sarebbe davvero mosso. Ecco, io mi sono un po’ spaventata, ma poi ho sorriso. Magari quel cinghiale porta bene.

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