I robot come non li avete mai visti

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Per voi che non amate la fantascienza, che vi fanno schifo i robot, i viaggi intergalattici e gli scenari post apocalittici, per voi che non sapete cosa sono le leggi di Asimov e non vi importa se qualcuno fa spoiler sull’ultimo Star Wars (tanto non avete visto nemmeno il primo), ecco, è giunto il momento di convertirvi. No, non vi sto dicendo di catapultarvi al cinema, ma di sedervi comodi sul vostro divano e recuperare Humandroid di Neil Blomkamp.

1251623 - Chappie

Nato a Johannesburg, in Sudafrica, questo ragazzone è ossessionato dal futuro e dai robot. Il suo primo lungometraggio, District 9, ha ricevuto il plauso di critica e pubblica, ottenendo addirittura quattro candidature agli Oscar. Blomkamp predilige le ambientazioni distopiche, futuri non troppo remoti dove l’umanità ritorna allo stato di natura, braccata dai propri istinti e da stati di polizia oppressivi, mentre tutto ciò che resta di vivo e puro è affidato allo sguardo malinconico delle macchine. All’interno dell’azienda dove i poliziotti-robot vengono assemblati, un ingegnere illuminato cerca il codice dell’anima, un programma che consenta di infondere coscienza alla materia, rendendo quei corpi metallici qualcosa di più della somma dei loro circuiti. (Sì, se ve lo state chiedendo, gioca a fare Dio).

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Ci riesce, utilizzando la carcassa di un robot difettoso, la cui batteria si è fusa col carapace metallico e non potrà più essere sostituita. Ecco che solo dalla possibilità della morte fa capolino l’istanza di vita. E la scintilla dell’infinito si sprigiona dalla finitudine. Intanto un manipolo di criminali da strapazzo riflette su come utilizzare i soldati per fini poco nobili, far soldi o salvarsi la pelle, che poi è la stessa cosa.

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Sorpresa delle sorprese i criminali – e anche solo per questo varrebbe la pena vedere il film – altro non sono che, rullo di tamburi, Yolandi e Ninja dei Die Antwoord. Rapiscono l’ingegnere illuminato, rubano la carcassa del robot con l’anima e inseriscono il file. Da quel momento in poi, il film si trasforma in un dialogo filosofico sulla coscienza, la mente, il corpo, la morte, Dio, il senso di appartenenza, il senso di tutto e la sequela di domande che poniamo al cielo muto da che siamo al mondo e che si possono condensare nell’unico grande interrogativo: che cosa ci rende umani?

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Ed è forse proprio ad differentiam, a partire da ciò che ci appare più distante da noi – la materia inanimata – che riusciamo faticosamente a risalire. Chappie, il robot bambino affronta ogni tappa di crescita, dall’apprendimento all’incontro con l’altro, dall’amore alla violenza, dalla solitudine alla fiducia con un’unica grande fortuna rispetto a noi altri comuni mortali: poter guardare in faccia il proprio creatore e domandargli “perché”.

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Struggente ritratto dell’uomo che si specchia nella macchina, commovente visione della mente che eccede sempre il cervello che la ingloba, tenero saggio sull’anima, Humandroid è molto di più di un film di fantascienza. Tanto quanto noi siamo molto di più che un grumo di muscoli e sangue.

(Gustatevelo in lingua originale, l’accento afrikaans dei Die Antwoord è eccezionale).