Con l’ultimo Cannes appena concluso vale la pena (ri)vedere il gioiello gelido di Ruben Östlund, Forza Maggiore.

L’umanità è in vacanza in un resort di lusso sulle Alpi. Famigliole felici in posa per i fotografi, sorrisi di bambini, bianco e silenzio tutto intorno. Quasi subito in Forza Maggiore, la camera stringe su un nucleo di esseri umani, madre, padre, un bimbo e una bimba, ci racconta la loro storia per raccontarcele tutte. La perfezione cromatica del candido paesaggio contro il quale si stagliano, quattro sagome con i pomelli rossi alle guance e le tute da sci coordinate, disgustosamente perfetti allo specchio gigante di un bagno che ne restituisce l’immagine della sintonia, con gli spazzolini elettrici in sincrono sulle dentature curate e gli sguardi complici e gli intatti sorrisi.

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Marito e moglie si guardano un poco annoiati da un capo all’altro di un tavolo imbandito per la colazione. Ma è una noia perfetta. La noia di una felicità anch’essa perfetta che sembra non conoscere incrinature. Finché ad un tratto la montagna borbotta, un costone di neve si stacca franando a valle con sibili e sbuffi. Lui prende in mano il cellulare, sorride contento del video che celebra soltanto un guizzo imprevisto in quella vacanza di pace. Poi forse qualcosa stona, il sibilo diventa un boato, la neve va troppo veloce, al galoppo, e guarda nella sua direzione. Ci vuole un istante per rendersi conto che tutto quel bianco sta per cadere proprio sui loro sorrisi, sulle loro colazioni, su ogni buona intenzione. La madre abbraccia i bambini, fa del proprio corpo uno scudo. Lui scappa, con su gli scarponi, scappa da solo, come se l’unica cosa che importa è salvarsi la pelle, al diavolo gli altri, la moglie, i bambini, i sorrisi. La valanga si dissolve in una nube innocua, sono tutti salvi, coraggiosi e codardi, ma ormai il paesaggio è cambiato.

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È da una fuga che inizia a scoprire l’umano Ruben Östlund, vincitore col suo Forza Maggiore del Gran Premio della Giuria a Cannes nella sezione Un certain regard al 67° Festival di Cannes. L’hotel, la pista da sci affogata tra le montagne sembrano fluttuare in una bolla, noi siamo gli scienziati che osservano con la lente d’ingrandimento un gruppo di formiche, alle prese con un evento imprevisto e straordinario. Che cosa succede, si chiede il regista, se mettiamo un uomo e una donna di fronte alla morte, che ne è di loro e della loro prole, come reagirà poi il branco, dinnanzi a un imprevisto impossibile da calcolare?

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Il maschio ne esce maluccio, un fascio d’istinto che non conosce l’onore, l’affetto, il coraggio, lontano anni luce dai supereroi che un certo qual cinema non smette di propinarci, vicino all’insetto che fugge, per non venire schiacciato. La femmina ci si presenta in due aspetti: lo stereotipo e l’anticonformista. L’una disposta a morire per salvare i suoi cuccioli (o finire sbranata con loro), l’altra – una conoscente che vaga in cerca di maschi – capace di mettere innanzi se stessa, il proprio e non l’altrui godimento, nella speranza che questa felicità conquistata funga d’esempio ai suoi figli. Entrambe comunque concordi nell’esecrare quel maschio che non serve né da protezione né da sostentamento, bensì ha bisogno egli stesso d’esser nutrito di carezze e menzogne, per mantenere il suo ruolo.

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In Forza Maggiore la riflessione è assai amara, la scena un plastico enorme in cui i personaggi si muovono come pedine impazzite in cerca di una vera identità. A scavare sotto la neve ci si fa un poco male, quel tanto che basta a scoprire qualcosa di più sull’animo umano utile ad intavolare discorsi, la sera, tra amici, finendo tutti quanti a litigare. Perché se non conta nemmeno la famiglia ma solo l’individuo, allora che cosa ci rimane?

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Ma è una bella lezione, e vale la pena riflettere, ancora una volta, sulle differenze tra i sessi e l’amore, e quelle costruzioni tutte umane come la fedeltà e la famiglia e la lealtà e l’onore che nonostante secoli e secoli di cultura non smettono di vacillare di fronte a una natura crudele. Che prenda la forma di un istinto primordiale o della più minacciosa delle valanghe, questo poco importa.