La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza) di Paolo Malaguti. Candidato al Premio Strega 2016. Presentato da Marcello Fois e Alberto Galla

Ci sono libri che, quando hai la fortuna di incontrarli, ti trascinano dentro al loro mondo fatto di strade “che si snodano come antichi serpenti sinuosi, invitando il viandante a scivolare lungo le loro schiene, precipitando nel ventre del mondo”, di palazzi “sontuosi, in un tripudio di gonfaloni e bandiere che garrivano al vento, quasi brillando al sole del mattino, e colonne di ogni colore e foggia e dimensione, e sulle colonne statue, altrettanto gigantesche e magnifiche”, di personaggi sensibili, acuti, profondi, che si interrogano sul senso della vita e l’importanza del tempo, che analizzano l’amore nelle sue ampie accezioni, che si fanno carico di un compito quasi impossibile, che “forse sarà frutto delle farneticazioni di un folle, forse mi condurrà al nulla, ma è ciò in cui voglio credere, oggi, a salvarmi dalla disperazione”. 

La Reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza 2015) di Paolo Malaguti, è un libro dentro al libro. O meglio un diario dentro un romanzo storico. Comincia a Venezia, nel 1565. Si legge di un vecchio, Giovanni, che si trova in un cimitero e deve riaprire una tomba, quella del suo tutore Gregorio Eparco, in cui egli stesso aveva nascosto un fagotto che all’epoca non si era permesso di aprire, seguendo precisi ordini impartitegli dal suo maestro poco prima di morire. Il caso e l’età lo portano ora a recuperarlo e a farsene carico: comincia così la lettura di quello che appare subito come un diario della vita del mercante greco (quello che Gregorio era stato in gioventù) e del suo fedele e unico amico e socio in affari, il veneziano Malachia Bassan. Il lavoro fatto da Gregorio appare immediatamente minuzioso, ordinato, rigoroso, lo scrittore sceglie ogni parola con attenzione, ricostruisce la città le mura le chiese e gli eventi davanti ai nostri occhi, riporta frasi in dialetto veneziano, in ebraico, in greco antico per sottolineare l’autenticità del suo racconto. Si viene così catapultati all’8 dicembre 1452, ad Adrianapoli, dove Gregorio e Malachia, in viaggio di lavoro, assistono alla tortura e all’uccisione di ventotto marinai di una galea della Serenissima, accusati di non aver rispettato degli ordini indiretti di Maometto II nel controllo del traffico sul Bosforo. Al protagonista, e agli abitanti di Costantinopoli, appare subito chiaro il progetto del giovane Sultano: conquistare la Mela D’Oro, impresa mai riuscita prima.

“Possedere Costantinopoli significa, credo, essere padroni della consapevolezza che la grandezza è un concetto che spetta al passato, e che ormai ci sfugge. I tesori che restano non valgono tanto in sé, quanto per il vuoto di cui si sono circondati, per le tracce di una ricchezza e di una magnificenza che, forse eccezion fatta per Roma, nessun’altra città ebbe, e nessun’altra città avrà mai più.”

mentre “[…] perdere per sempre Costantinopoli significherà, con il tempo, dimenticare che ci fu qualcuno di più grande, che non cadde mai, se non alle fine, e per morire”

Ed è questa la storia che Gregorio sente di dover raccontare. Intrecciandola con la storia della sua famiglia, con l’amore profondo che scopre di provare per la sua città e quello neonato per una giovanissima donna dai capelli corvini, con l’angoscia di un popolo che si prepara ad essere attaccato e con i nuovi valori che la vita assume, o i vecchi valori che la vita perde in una situazione simile. Ogni vita viene stravolta, e in questo marasma Gregorio fa un sogno, che sente di dover interpretare e seguire: recuperare le dieci più importanti reliquie cristiane esistenti al mondo, che si credevano altrove, ma che incredibilmente potrebbero essersi salvate ed essere state nascoste in punti diversi della città. Il protagonista non sa nulla di tutto questo, ma prenderà a cuore il compito senza nemmeno sapere perché, senza che il motivo gli interessi. Inizia così un’avventura che metterà alla prova l’intelligenza di Gregorio e Malachia, che metterà a confronto le loro religioni ma anche quella del Turco, come si era soliti chiamare Maometto II, che si svolgerà mentre una guerra sarà in corso e le priorità di ognuno cambieranno in modo repentino.

Un libro che richiama alla mente capolavori quali “Il Nome della Rosa” di Eco o “I Pilastri della Terra” di Follett, o altri romanzi storici tra cui “La Cattedrale del Mare” di Falcones. Estremamente ben scritto, accurato, dettagliato. Il racconto si dipana lentamente lungo 198 giorni; avvicinandosi alla conclusione la narrazione si fa più concitata ed appassionate ed è impossibile abbandonarne la lettura. Si spera fino all’ultimo che la storia sia andata diversamente, che Costantinopoli la Santa rimanga intoccata, che sia stato quasi un brutto sogno. Invece è una storia triste e si piange insieme a Gregorio, ma ci rialza anche insieme a lui. 

Paolo Malaguti, al suo terzo romanzo, dopo “Sul Grappa dopo la vittoria” e “I mercanti di stampe proibite”, si conferma come uno dei giovani scrittori più interessanti sulla scena italiana. Con La Reliquia di Costantinopoli è candidato al Premio Strega 2016.

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