Mettiamo subito le cose in chiaro. Questa è una storia diversa e ve la racconterò in modo diverso. Ve la racconterò come potrò e come vorrò, e vi racconterò solo quello che si potrà raccontare. Vi farò vedere solo una piccola parte di tutto l’orrore che ho visto, perché io non voglio inorridire nessuno, non voglio scandalizzare nessuno. Non è per questo che ho combattuto una tale battaglia e non è per questo che ve la sto raccontando.

Antonio Moresco – L’addio. Candidato al Premio Strega 2016. Presentato da Daria Bignardi e Tiziano Scarpa.

Da un libro che nella presentazione viene descritto come un “[…] Travolgente romanzo, metafisico e d’azione. […] Un romanzo di combattimento attraversato da una cocente storia d’amore e da interrogativi vertiginosi. […] Un’avventura totale, poetica e conoscitiva.” è normale aspettarsi molto e non si contempla la possibilità di rimanerne delusi finché questo non succede improvvisamente dopo poche, pochissime pagine. Sei pronto ad un romanzo poliziesco che ti tiene sveglio di notte, pagina dopo pagina e invece passa più di un mese e queste 280 pagine non sembrano mai esaurirsi nonostante ne scorri alcune senza leggerle, talmente sono dense di ripetizioni. Mai prima d’ora mi era successo di voler urlare contro un libro, quasi inveire contro l’autore gridandogli virtualmente “Bastaaaaa! L’hai già detto 300 volte!!”.

Se la vita viene prima e la morte viene dopo, come credono gli investigatori e gli sbirri della città dei vivi, allora perché c’è tutto questo male nella vita?” mi continuavo a domandare. “Com’è possibile, se la vita viene prima? E il male allora da dove viene? Viene prima ancora della vita? E la vita allora da dove viene? Viene dal male o viene prima del male?

L’addio è un romanzo che vuole indagare l’origine del bene e del male attraverso la storia di D’Arco, un poliziotto (uno sbirro, come ama chiamarlo l’autore, tanto che riesce a ripetere questa parola anche 5 volte in una pagina – forse non apprezza l’uso dei sinonimi) morto che “vive” nella città dei morti, una città senza nome che ho subito immaginato come una Gotham grigia e pericolosa dove lo scorrere del tempo non è lineare e la giustizia è relativa. La città dei morti e quella dei vivi – l’autore non compie nemmeno lo sforzo di contestualizzarle o inventare un nome per ciascuna – sono vicine, comunicanti, si somigliano e quasi si sovrappongono nei loro problemi di giustizia, a tal punto che la polizia dei vivi e quella dei morti (…) sono in contatto tramite cellulari tarati per la comunicazione tra vivi e morti (…) e email criptate (…) per collaborare quando si presentano casi difficili. D’Arco viene appunto chiamato dalla polizia dei vivi per tornare nella città dei vivi dove avrà 3 notti di tempo per scovare e neutralizzare una fitta rete di criminali colpevoli di pedofilia e infanticidio. In queste 3 notti, accompagnato e guidato da un bambino morto e muto, la cruenta uccisione dei killer seriali colpevoli di tanti atti di pedofilia portano D’Arco a chiedersi ripetutamente quale dei due mondi – quello dei vivi e quello dei morti – venga prima, e di conseguenza quale percorso seguano il bene ed il male.

E adesso dove sto andando, dove sono? […] Sono nella morte o sono nella vita? Sono morto o sono vivo? Sono vivo perché sto morendo o sono morto perché sto vivendo? Sono stato ucciso nella vita e poi sono entrato nella morte o sono invece passato dalla morte alla vita? […] Ma poi perché devo morire ogni volta come se fosse la prima volta? E come può essere la prima volta se la prima volta è dopo di quello che viene prima ed è prima di quello che viene dopo? […]

Continua così per pagine e pagine e pagine. Roba da mal di testa solo a cercare di copiare correttamente questi giri di parole sterili, questo continuo ritorno all’uguale, questa assenza di argomentazioni, di approfondimento, di opinione e di creatività letteraria.

Il libro è un’escalation di violenza a tratti descritta con fastidiosa dovizia di particolari alternata a momenti in cui questa condivisione viene trattenuta per risparmiare al lettore la conoscenza di certi atti cruenti, spesso anche esagerati ed inverosimili. L’autore non perde occasione per riproporre in maniera ossessiva il dilemma dell’origine del bene e del male chiedendo(si) quale dei due preceda l’altro, senza mai approfondire la sua opinione attraverso la voce del protagonista e senza mai fornire una chiave di lettura personale. Piuttosto, Antonio Moresco interrompe in modo irritante lo svolgimento dell’azione per puntualizzare attraverso il pensiero del protagonista cosa dirà e cosa non dirà, specificando che il potere decisionale è in mano sua e che al lettore non resta che adattarsi a ricevere le informazioni che autore-protagonista sceglie di condividere. Questo “stratagemma” viene usato ogni qualvolta si presenta il bisogno di creatività ed inventiva da parte dell’autore, che con molta comodità preferisce far crollare nella mediocrità il già lento e fastidioso ritmo del racconto.

Come si fa a raccontare una cosa simile? Ve l’ho già detto, io non mi sento tenuto a dire nulla, a raccontare tutto, a testimoniare tutto. Sono io che racconto, sono io che decido cosa voglio e posso raccontare e cosa no, cosa testimoniare e cosa non testimoniare e non profanare.

Una trama improbabile, con tanti dettagli superflui ripetuti fino allo sfinimento e con un’evidente mancanza di solide basi su cui poggiare certi assunti: il passaggio tra la città dei morti e quella dei vivi – e viceversa – non viene nemmeno spiegato «Non proverò neppure a raccontarvi come avviene il passaggio tra la città dei morti e quella dei vivi, perché non ci riuscirei», il bambino morto e muto che guida D’Arco presso i covi dei pedofili nella città dei vivi è inspiegabilmente a conoscenza di tutti i nascondigli di questi ultimi. Non meno ridicolo è il fatto che D’Arco in questo libro è una specie di Tom Cruise in Mission Impossible: uccide tutti (ha con sé mitra, pistole, coltelli, un intero arsenale fornito dalla polizia dei vivi) con estrema facilità e velocità, uscendone giusto con qualche graffio.

Una previsione? Questo Premio Strega non lo vince L’addio.

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