Vittorio Sermonti – Se avessero. Candidato al Premio Strega 2016. Presentato da Franco Marcoaldi e Serena Vitale

Se avessero sparato a FM, il fratello maggiore, è l’argine di una diga che Vittorio Sermonti ha tallonato per oltre settant’anni.
E, tallonando tallonando, è finito nello specchio d’acqua dei finalisti del Premio Strega 2016 con il suo ultimo romanzo, intitolato proprio Se avessero, l’autobiografia che un grande scrittore, critico letterario (dantista, hai detto niente), attore e regista teatrale si concede all’alba degli ottantasette anni.
«S’i’ fosse foco arderei ‘l mondo», sì. E Se avessero sparato a suo fratello Rutilio, personaggio a dir poco controverso, che vita sarebbe stata, quella di Vittorio Sermonti? Ovvio come il titolo, e la rincorsa dell’ipotesi lungo tutto il flusso di coscienza del romanzo, siano pretestuosi, un pretesto per parlare di sé e di com’è andata – o di come Vittorio Sermonti la vuole raccontare -, piuttosto che di come, molto più sciaguratamente, sarebbe potuta andare.
Opera Ultima è il sottotitolo di Se avessero. Una postilla che manifesta il desiderio di mettere una pietra sopra il passato – meglio tardi che mai, si dice -, anzi, meglio, sulla storia di una vita dall’adolescenza alla vecchiaia; una storia che nessuno, neppure chi l’ha vissuta, avrebbe potuto districare da quella del fratello maggiore né da quella dei comprimari della vita (e del romanzo). E, soprattutto, da un dopoguerra prolungato, sfiancante, infinito.
L’evento da cui prende avvio la narrazione, intanto: l’irruzione di un trio di partigiani in casa Sermonti, un villino in zona Fiera di Milano in cui la numerosa famiglia (sette figli più padre e madre) vive accampata mentre la guerra è diventata resistenza e guerra civile, pronti a giustiziare quel FM. Siamo nel maggio del ‘45, il 25 aprile è già storia, ma una storia freschissima.
Vittorio Sermonti si narra e si percepisce come un personaggio letterario, una sorta di Holden Caulfield non meno borghese ma decisamente meno inesperto, che affida a un memoir autobiografico gli «intermittenti soprusi della memoria». E che sì, cede inevitabilmente all’autocompiacimento, un autocompiacimento peraltro piuttosto fastidioso perché, sebbene Vittorio Sermonti non si risparmi una certa autoironia, quello che riversa in Se avessero è uno humour un po’ di maniera. D’altronde, è un limite, questo, sul quale egli stesso mette le mani avanti:

Qui mi accorgo che il soggetto, l’io che scrive in quanto io che è scritto, risulta piuttosto odioso, almeno a me oggi risulta piuttosto odioso, anche se in quell’io a distanza di millenni mi riconosco quanto basta, insomma riconosco che ero io, che sono più o meno io.

Autoreferenziale, dunque, ma lucido, posato, sedimentato, con una passione mai sedata ma non più febbrile, non più smaniosa: Vittorio Sermonti divaga senza sosta come si divaga in quei discorsi a tarda notte in cui, con deboli ritrosia e reticenza, si fanno confidenze più o meno scandalose ai presenti. Di «Confidenze e Balle» (per citare l’autore), in Se avessero, non ne mancano davvero. Sulla famiglia, sull’amore (oggetto principale di quella debole reticenza), sulla politica e sulle amicizie.

Facile ricapitolare: sempre dalla parte sbagliata, sempre sconsolatamente dalla parte degli assassini, senza volere, in ottima fede, ci mancherebbe pure, ma obbiettivamente da sempre avendo torto, il più storto dei torti, io.

Che Vittorio Sermonti non ne abbia mai azzeccata una, come vorrebbe farci credere, ecco, effettivamente ci pare piuttosto inverosimile. L’ottima fede che gli accordiamo è che essere adolescenti, crescere, è difficile in qualunque condizione; figuriamoci durante una guerra, prima, e dovendo, poi, affrontare un dopoguerra quanto mai ambiguo e confuso, in cui da un giorno all’altro (il 25 aprile del ‘45, nello specifico), succede che, dacché «c’erano in giro per l’Italia poco meno di 45 milioni di fascisti», poi il sospetto e le spiate ti portano a fiutarne le tracce fino a un villino «contrassegnato dal civico 41 di un largo viale in zona Fiera di Milano».
Nel frattempo, sì, dicevamo, la vita: e «non si può far finta che non costi crescere fino all’uomo che uno sarà».

Ora farei presto a giustificarmi dicendo sì, d’accordo, che ero un bambino un po’ cretino, un adolescente un po’ deficiente, un ragazzo un po’ testa di cazzo: il fatto è che ero l’unico io che di volta in volta fossi e riuscissi ad essere.

Roma, Milano, Siena, Torino, Praga: ungarettianamente Vittorio Sermonti centellina a bracciate fasi del proprio passato tra un incontro e l’altro, inseguendo donne che più le amava e più le amava. Un’«imperdonabile aneddotica» con cui non risparmia neppure qualche stoccata nei confronti dell’intellighenzia, come la frecciata diretta a PPP.

L’importante, comunque, guardandosi indietro, è perdonarsi. Vittorio Sermonti ci ha messo non meno di trent’anni (tanto è durata, pare, la gestazione di Se avessero) e un numero imprecisato di digressioni. D’altronde, cosa volete: Sermonti è un dantista. Vi meraviglia che abbia reso arte la propria esperienza, che l’abbia buttata in Commedia?

Se Avessero, edito da Garzanti.
__

Anche quest’anno Cosebelle magazine seguirà il Premio Strega con la sua maratona di lettura collettiva di tutti e 12 i libri candidati. Segui tutte le nostre recensioni e commenta con l’hashtag #stregabello