Il tempismo è da sempre una questione delicata, che solo in natura si risolve con semplicità: c’è sempre un inizio, che puntualmente arriva a una fine, alla quale segue tempestivamente sempre un nuovo inizio. La fine delle cose ci resta dentro, è una scala che scende in fondo all’inconscio buio, al confine col regno della memoria, tra dettagli limpidi e ricordi glitchati. È in questo limbo che ha gettato le basi Verano, il progetto solista di Anna Viganò (già con L’Officina della Camomilla e Intercity) in uscita il 24 maggio per Garrincha Dischi. Verano parte in una Milano sfumata, che tenta la fortuna e gioca alla roulette russa delle emozioni per poi tingersi dei giusti colori e trovare la luce. C’è un inizio da ascoltare, capire, vivere e ballare. Prima della release ufficiale del disco, omonimo, abbiamo conosciuto Verano.

Cosebelle: Ciao Anna! Innanzitutto, cosa vuol dire Verano? Verano come l’estate spagnola?
Anna: Verano è l’estate in spagnolo, una lingua caldissima che nella mia testa si contrappone al suono di questa parola, cupo e freddo. Sono tutti viaggi mentali.

Tu sei di Brescia, cosa ti ha portato a Milano? Quali sono i luoghi che preferisci della città?
Ci sono arrivata per la musica, a Milano ho lavorato per qualche etichetta indipendente e ho trovato spazi per suonare con tante persone. È una città che amo, nonostante per certi aspetti sia faticoso viverci. Adoro China Town, così come tutto il quartiere dietro Porta Venezia (via Panfilo Castaldi e vie vicine) che frequento spesso. E poi sicuramente Città Studi, dove vivo. Sta rinascendo, c’è del movimento.

Prima di intraprendere questa strada solista, hai suonato con l’Officina della Camomilla e Intercity. Quando hai sentito il bisogno di diventare Verano? Che svolta rappresenta per te questo progetto?
Pensavo a Verano da un paio d’anni, ma non ho mai avuto tempo di fermarmi e raccogliere i miei pensieri. L’esperienza con l’Officina è stata molto bella e impegnativa, e a conclusione di questo percorso, dopo un attimo di vero smarrimento, ho capito che era giusto buttarsi e farlo davvero. L’idea ha avuto una gestazione lunghissima, il farlo veramente invece è durato pochissimo. Ho iniziato a scrivere i brani a ottobre, ai primi di marzo avevo in mano il master del disco. Una bella corsa, accompagnata da un produttore dal raro talento come Pietro Paletti. Inutile dire che Verano per me è un vero cambio di pelle, una responsabilità, un nuovo modo di svegliarmi la mattina. Quando non lavoro, penso a Verano al 100%, tutte le mie energie vanno in quella direzione e sono felice di poterle incanalare su Verano assieme alle persone che collaborano con me.

Ho letto che Nevada, il primo singolo, è il brano a cui tieni di più. Perché?
Ci tenevo molto che Nevada fosse il primo singolo. È il brano che sento più mio, più sincero, più centrato nel cogliere quello che volevo dire. E anche a livello di suono è quello a cui voglio tendere sempre più. Insomma, quando inizi una cosa nuova è molto difficile auto-perimetrarsi, decidere a tavolino che suono avrai e come scriverai.

Nel percorso che mi ha condotto ad essere Verano, Nevada è un po’ la mia carta d’identità.

Ora come ora, con quali musicisti ti piacerebbe collaborare?
Se proprio devo sognare, mi piacerebbe un giorno fare qualcosa con St. Vincent o con Justin Vernon. Restando nel perimetro italiano, un giorno mi piacerebbe che Marco Jacopo Bianchi (Cosmo) mettesse le mani su un mio brano. E poi, per fanatismo storico, sicuramente Emidio Clementi.

Cosa c’è nella tua vita oltre alla musica? Di quali cose non potresti proprio fare a meno?
Nella mia vita ci sono i miei amici, vera benzina per sopravvivere ad alcuni momenti molto intensi, ci sono i miei due gatti Iron&Wine, il mio ragazzo e la musica, oltre alla musica. Mi fa paura non poter fare a meno delle cose in generale, ma nelle cose futili non potrei rinunciare a un bicchiere di vino a fine giornata in un attimo di silenzio.

Una cosabella.
Guardare fuori dal finestrino di un furgone, stanchi e zitti, mentre si pensa al concerto della sera prima e si va verso un’altra città per un altro live. È una cosa che non si può capire se non si suona. È nei milioni di km sulla strada che decidiamo quanto ne vorremo ancora di tutto ciò.

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