Quant’è difficile parlare della bellezza del viaggiare senza ricadere nella banalità? A volte sembra più saggio non parlarne proprio, per evitare l’infinita retorica del “bellissima esperienza”, “scoprire una nuova cultura”, o “ampliare i propri orizzonti”, senza contare l’aspetto cliché che hanno assunto le fotografie nell’era di Instagram e Facebook. L’avere a portata di mano infinite foto e racconti di tutte le persone che hanno già visitato tutti i posti in cui vorresti andare, può far sembrare il tutto terribilmente ordinario. E la semplicità e casualità che ha assunto il viaggiare ha reso non più eccezionale il vedere mari e montagne da sopra un aeroplano.

Alain De Botton è uno scrittore e filosofo svizzero, autore di libri in cui espone la sua personalissima filosofia della vita quotidiana, e analizza l’assurdo modo in cui funzionano le nostre menti. Leggere i suoi libri vuol dire avere tante “illuminazioni”: trovare nero su bianco tutte quelle sensazioni e impressioni che avevi sempre provato in modo molto vago e indefinito, e a cui lui è riuscito a dare un nome e una descrizione. Se il nome di Alain De Botton suona conosciuto, è anche perché è il fondatore della “School of life” una scuola londinese che mira a “dare una risposta ai veri problemi della vita umana attraverso la cultura”. Per farsi un’idea di quello che viene insegnato, sul suo canale YouTube ci sono decine di video che in tre o quattro minuti riescono ad insegnarti cose (filosofia, letteratura, psicologia) oppure a farti vedere la realtà da un punto di vista nuovo. In “L’Arte di Viaggiare”, Alain De Botton è riuscito a spiegare in modo erudito e brillante i motivi che ci spingono a viaggiare, le ragioni per cui i viaggi sono così importanti per l’anima, e la sensazione di chiarezza mentale che proviamo quando ci avventuriamo in luoghi e situazioni a noi sconosciute.

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Edizione originale: “The Art of Travel”

Alain de Botton sulle conversazioni interiori in viaggio

“I viaggi sono le levatrici del pensiero. Pochi posti risultano più favorevoli al conversare interiore di un aereo, una nave, o un treno in movimento. C’è una chiara corrispondenza tra tra ciò che abbiamo davanti agli occhi e i pensieri che coltiviamo nella mente: spesso i grandi pensieri hanno bisogno di grandi panorami, quelli nuovi di nuove geografie. E le riflessioni introspettive che a volte rischiano di impantanarsi traggono vantaggio dal fluire del paesaggio. La mente è spesso riluttante a pensare in modo ampio nella vita di tutti i giorni. (…) Dopo aver passato ore a riflettere e fantasticare in un treno, è possibile sentire di aver ritrovato se stessi, di essersi rimessi in contatto con emozioni e idee che hanno davvero importanza.”

Sull’eccezionalità del viaggiare in aereo

“Non si parla molto delle nuvole che si vedono da quassù. Nessuno sembra ritenere notevole che da qualche parte sopra un oceano stiamo volando attraverso vaste isole di zucchero filato che sarebbero state l’habitat naturale per un angelo, oppure anche Dio, in un dipinto di Piero Della Francesca. Dalla cabina del pilota nessuno si alza per annunciare con la giusta enfasi che, se guardiamo fuori dalle finestre, noteremo che stiamo volando sopra ad una nuvola, un fatto che avrebbe sbalordito Leonardo e Poussin, Claude e Constable. Il pasto che, se visto in una banale cucina, sarebbe sembrato terribilmente banale, acquisisce un nuovo gusto ed interesse nella presenza delle nuvole (come un picnic con pane e formaggio che ci delizia se è goduto da sopra uno scoglio).

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Foto di Jill Chien

Sulla transitorietà della bellezza incontrata in un luogo

“Quando si incontra la bellezza, un impulso dominante è il desiderio di rimanerci vicini, di possederla e fare sì che in qualche modo influenzi la nostra vita. C’è un bisogno di dire “Io ero qui, ho visto questa cosa, e per me è stata importante”. Ma la bellezza è fuggitiva: spesso si trova in posti in cui potremmo non tornare mai più, oppure è frutto di una rara unione di stagione, luce, e atmosfera.”

Sul ritrovare la propria identità lontani da casa

“Non è necessariamente a casa che incontriamo la versione più autentica da noi stessi. L’arredamento, che è sempre lo stesso, insiste che anche noi non possiamo cambiare. L’ambiente domestico ci tiene ancorati alla persona che siamo nella vita ordinaria, ma che potrebbe non essere la persona che siamo realmente.”

“Se troviamo poesia nella stazioni di servizio e nei motel, se ci sentiamo attratti da aeroporti e stazioni dei treni, c’è un motivo. È perché, nonostante i loro compromessi architettonici e la loro scomodità, i loro colori sgargianti e la loro luce inclemente, sentiamo inconsciamente che questi luoghi isolati ci offrono una concreta alternativa all’egocentrico benessere, le abitudini, e i limiti, del mondo ordinario.”