Si chiama Zoi “vita”. Zoi Leivaditou è una donna e ha un’esperienza decennale come medico nelle situazioni di emergenza. Ha portato avanti il suo lavoro sempre e solo in zone di guerra e di crisi, molto complicate, come Afghanistan, Haiti, Gaza. Dove si gioca tutto in pochi minuti, dove non c’è tempo, spazio, dove magari non ci sono neanche tutti gli strumenti necessari, il personale. Sempre fuori dall’Europa, dove immaginiamo tutti sia necessaria la presenza di una figura come Zoi. Fuori dall’Europa fino a che l’emergenza ha toccato casa sua, Lesbo, in Grecia. Zoi è tornata con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim Greece) a fare quello che meglio sa fare: prendersi cura, affrontare le ferite, i problemi, le vite – come dice il suo nome – e provare a guarirle, subito.

È tornata nella sua isola, Lesbo, in Grecia. Dove i genitori erano arrivati come profughi, turchi. Anche loro. La Grecia della crisi economica, dei tagli allo stato sociale, dei dentisti che lavorano gratis, delle medicine distribuite per dare modo alle persone di accedere a quelli che sarebbero normali diritti.

I greci di Lesbo sono persone ancora in difficoltà, che però hanno dimostrato un’accoglienza bellissima verso i nuovi arrivati.

La sua isola di 86mila abitanti dove transitano mezzo milione di altri, di famiglie, di uomini, donne anziani, bambini che arrivano, quando arrivano, dopo viaggi in mare più brevi rispetto a quelli tra la Libia e la Sicilia, ma comunque pericolosi. Su gommoni piccoli, con giubbotti e zaini e quei pochi beni che sono riusciti a portare via da casa. Arrivano infreddoliti, bagnati, ma quando arrivano sono vivi. E Zoi, insieme al resto del personale, li cura.
Gioca coi bambini, inventa storie “creare-credere”, fa sognare case, dove vogliono e come le vogliono, ai piccoli che magari di salute stanno bene, ma desiderano tornare nella loro di casa, dove avevano tutto. Crea lo spazio per immaginare che invece casa può essere altrove, ma esattamente così come la sognano grazie alla medicina speciale di Zoi. Si sente in colpa (lei? e allora noi che dovremmo fare?) perché dà speranza, nonostante conosca benissimo le difficoltà che incontreranno, a chi chiede o pensa di essere arrivato, di potersi muovere, raggiungere facilmente altre parti della propria famiglia o comunità che sono già in Europa. E poi quando gli arrivi sono difficoltosi, le onde troppo alte, ci sono problemi ai mezzi di fortuna utilizzati, esce in mare con la Guardia Costiera, le navi di Frontex, pescherecci e Medici senza Frontiere, ma non è abbastanza, può non essere abbastanza anche dedicare praticamente tutta la vita a curare gli altri. E qualcuno resta in mare. «A volte c’è da impazzire. Ma quando stai male devi tornare indietro, prepararti meglio a quello che hai scelto di fare, a cui tieni, e andare avanti. È il trucco, la vera formazione».

Zoi Leivaditou_CreditHeidiLevine_lesbo_grecia

Zoi Leivaditou è la prima a destra

Zoi Leivaditou tiene insieme la crisi economica e sociale che ha colpito duramente la Grecia e la pressione dei flussi migratori, le nuove necessità. Ha fondato semplicemente un’associazione per fornire cure alle persone in difficoltà che prova ad assicurare le cure a chi c’è e a chi riesce ad arrivare, senza conflitti inutili e piuttosto sghembi tra chi è residente in Europa e chi arriva. L’unica regola, per i bambini è farli sorridere, giocare, proteggerli dal clamore dei “piccoli rifugiati”. Per questo non vuole fotografi o giornalisti negli spazi dei piccoli, se non strettamente necessario a raccontare quello che sta succedendo e a scardinare l’indifferenza. L’unica regola per se stessa è non mentirgli mai quando chiedono della loro città, di cosa succederà dopo, perché «tanto capiscono sempre».