Recensire (in ritardo) il film di Matteo Garrone che ha vinto tutti i premi tecnici agli ultimi David di Donatello.

I premi cinematografici servono anche a questo: a far proiettare nuovamente al cinema i film che sono ormai usciti dai circuiti da un bel po’ con la speranza che a qualche ritardatario venga la voglia di andarli a vedere. Funziona per i curiosi e per quelli sempre in ritardo che dopo un tentennamento iniziale si lasciano convincere dalle giurie.

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Il racconto dei racconti è l’adattamento cinematografico di una raccolta di fiabe del 1600 e già qui, a pensarci bene, ci dev’esser voluto un gran coraggio a presentarsi dal produttore e raccontare il progetto. Dunque, servivano soldi per gli effetti speciali e un set adeguato e trucco, parrucco, costumi per non parlare poi del pubblico, che andava convinto con un cast stellare e un’iniezione di fiducia nel cinema italiano.

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Eppure Garrone ci è riuscito. Le fiabe gotiche, cruente, impietose prendono vita sullo schermo. Hanno lo sguardo avido di Salma Hayek che divora un cuore di drago, il perturbante gioco di specchi dei suoi figli albini, la morbosa bramosia di due vecchie sorelle, disposte a tutto per un po’ d’amore, la spietata indole alla sopravvivenza di una principessa promessa in sposa a un orco e l’indolenza di suo padre il re, pronto a perderla per amore di una pulce.

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Il film è un merletto napoletano che si arrotola su se stesso e si dispiega infine, come la foce di un labirinto, in una cupa risoluzione che lascia tutti scontenti. Nell’immagine, curata fino allo stremo, c’è la luce perfetta, il dominio del colore, il luccichio epico del sangue che colpisce l’occhio: ci troviamo di fronte ad un’estetismo autentico che riporta nella forma il contenuto come si fa in una miniatura.

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A tutto questo, fa eco invero una trama e un’atmosfera che mai avremmo ritrovato in un film del genere se fosse stato girato ad Hollywood. Un gusto tutto europeo e infinitamente romantico per il macabro, l’atmosfera del fato che aleggia come un corvo su un regno disperato, personaggi che si contorcono su loro stessi, vittime dei propri desideri.

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E una morale, come in ogni fiaba che si rispetti, specie in quelle della nostra tradizione, che pronuncia un monito: una vita per una vita e vita e morte congiunte, vincere o perdere è uno scherzo crudele, un vile tiro di dadi.