Ho comprato Kobane calling di Zerocalcare, quasi un mese prima dell’uscita, in pre-order, e il 12 aprile era già arrivato a casa. Qualche giorno fa ho seguito la presentazione pubblica del volume Bao publishing a Bari, tappa intermedia di un tour che porterà il disegnatore di Rebibbia in tutta Italia a raccontare l’esperienza nel Rojava, la regione autonoma curda fra Siria, Iraq e Turchia, e a Kobane

la città che ha cacciato l’Isis a calci in culo

Un passo indietro: avevo incontrato per la prima volta Zerocalcare al B-Geek, sempre a Bari, quasi 1 anno fa e per incontrato, specifico, intendo che tra me e lui c’erano un mare di persone (UN MARE) e io ero in fila per il primo firmacopia in Puglia. Ho letto Dimentica il mio nome proprio in quella fila infinita, iniziata alle 11 del mattino e conclusasi, dopo una breve pausa, alle 21:45. Un tour de force che pensavo fosse un caso e invece, col tempo, è venuto fuori che è quasi un rito perché

non so come guardare in faccia uno che si è fatto 3 ore di fila e dirgli Vabbè io so stanco vado a casa ciao….

Anche nell’ultimo incontro tra me e lui c’era UN MARE di persone, tutte, diligentemente, con la copia del libro in mano, per il firmacopia direte voi, ma invece no, vi stupisco. Ho visto gente di ogni età genuinamente interessata al racconto, alla genesi di questo progetto, la cui potenza narrativa è stata paragonata a Persepolis. Calcare ha subito negato:

“Persepolis è un capolavoro, il racconto sentito di Marjane Satrapi che in Iran ci è nata, ci vive e che rimarrà per sempre parte di sé. Il mio è solo il racconto di una esperienza breve.”

È come nei fumetti, sostanzialmente si definisce sempre un cialtrone perché, come ricorda lui stesso, fare disegnetti a Rebibbia non è questo grande skill. Sarà, però a casa mia è un superpotere.

Per quanto sia solo il racconto di una esperienza, Kobane calling è un libro che ti fa sentire terribilmente inadeguato, ma allo stesso tempo hai bisogno famelico di saperne di più. Ci ritrovi il solito Zerocalcare, quello che cerca in tutti i modi di dissimulare la paura e le ansie, ma questa volta spostato in un contesto complesso, al confine con guerra e terrorismo. La straordinarietà di questo progetto editoriale sta nel suo potere divulgativo; sebbene non sia un trattato di politica internazionale, né di sociologia, questo libro riporta fedelmente una realtà che i consueti mezzi di informazione non raccontano. La causa curda prende forma nel tratto di Zerocalcare attraverso i volti degli uomini e, soprattutto, delle donne protagoniste della lotta contro Daesh, il nome che danno all’Isis.

estratto di kobane calling

Inadeguati, dicevamo, perché non conosciamo abbastanza, perché quello del Rojava è un esperimento di convivenza democratica che sfata tutti i pregiudizi occidentali sull’Islam. In Kobane calling c’è la consapevolezza della morte, la nobiltà degli intenti, ma anche tutta la paura del pischello di Rebibbia alla prese con una dimensione inedita, spaventosa e potentissima. C’è Nasrin, la comandante delle unità di protezione delle donne del Rojava, le YPJ, che avevamo già incontrato nell’estratto pubblicato da Internazionale ad ottobre; e con lei c’è il racconto dell’addestramento militare, dell’accettazione della morte fra sprazzi di umanità. A Kobane c’è il dolore e un cuore pieno di cicatrici, bozzi e toppe che nonostante tutto continua a pulsare più vivo che mai. In Kobane calling, di riflesso, c’è anche la nostra quotidianità di occidentali che si sovrappone a luoghi in cui si fa la storia, con personaggi che ti ospitano, assomigliano a

il vecchietto di Up riadattato per il mercato mediorientale e che in realtà c’ha na vita che diehard-duriamorire je spiccia casa e ti fa sentire lo scemo del villaggio.

estratto di kobane calling il vecchino di up

Estratto del libro, zerocalcare.it

Nelle tavole del libro si sente distintamente l’odore della morte che abita Kobane e le sue macerie, ma anche una versione di Daesh che noi occidentali non conosciamo, traviati come siamo dalle informazioni inesatte e superficiali. E, sorprendentemente, in Kobane scopriamo la forza delle donne che si addestrano per la guerra: pazienti, determinate, risolute perché è in gioco la libertà.

E dopo il racconto in prima persona parte il rito collettivo dei disegnetti. “Avete preso i numeri? Qua si fa come alla posta” dice il lungagnone che segue la sicurezza nella Feltrinelli di Bari. Io sono il numero undici e so per certo che sono arrivati oltre il 200, forse questa volta finisco prima. “Cosa ti fai disegnare?” Mi chiedono ripetutamente e io non lo so, in realtà mi basterebbe pure una stretta di mano. Mi preparo un discorso mentre aspetto e poi non dico granché perché nel frattempo, per ottimizzare i tempi, scatta l’intervista al tavolino.

“Allora dimmi cosa vorresti, io te lo disegno mentre parlo con lei”

“Lady Cocca, perché l’ansia del “come guidano a Kobane”  è quella che mi porto appresso anche io, ogni giorno, irrazionale, ridicola vista dal di fuori, eppure sempre spaventosa per me.”

Ma quello che non sono riuscita a dirti, caro Zerocalcare, è che ho letto tutto d’un fiato i libri e il blog, che nei momenti di stress li riapro per ritrovarci la mia stessa cialtronaggine, le mie stesse paure e gli accolli che evito con mosse rocambolesche. Non sai che mando le foto a mia sorella di quel tuo personaggio identico al mio cane e che mi fa ridere tantissimo. Ho provato anche ad andare in giro per la casa sulla sedia da ufficio con le rotelle spingendomi con la scopa e ridevo come ‘na scema per tutto il tempo. E sì, l’armadillo accanto lo vorrei anche io.

disegnetto koban calling zerocalcare firma Lady cocca