I trenta sono i nuovi venti, dicono. Forse è vero. Forse, semplicemente, ci si ritrova a dover costruire su fondamenta instabili, e allora chi ce lo fa fare? Eppure anche i primi classificati al premio Peter Pan concorderanno sul fatto che il cuore non vola più leggero come qualche anno prima. La voce dei Criminal Jokers, Francesco Motta, il 18 marzo ha fatto uscire il suo primo album solista e l’ha chiamato “La fine dei vent’anni”. Didascalico. Sotto la produzione di Riccardo Sinigallia, Motta ha messo insieme dieci brani su uno spaccato generazionale, un riflesso in cui è difficile non riconoscersi. “Tutte quelle rughe sono schiaffi della mente” e non è più tempo di preoccuparsi tanto di ciò che di noi appare, quanto piuttosto di guardarsi dentro. Il debut di Motta non manca mai d’andare dritto al punto, i testi disarmano con semplicità e le melodie rimangono attaccate al cervello senza risultare scontate.

Foto di Claudia Pajewski

Foto di Claudia Pajewski

Il disco inizia splendidamente con una canzone di “passaggio”, il racconto del tempo in cui ci si rende conto che le cose sono cambiate, ma non si sa ancora come affrontarle, l’adattamento “Del tempo che passa la felicità”. “La fine dei vent’anni” mette insieme tutti gli elementi che orbitano nella vita di un quasi trentenne: le proprie radici, gli errori che si continuano a fare, la mancanze palpabili, il ritrovarsi cambiati nelle città che abbiamo fatto diventare “casa”. Un faccia a faccia col nuovo ordine da dare alle cose, alla vita, tra notti insonni, qualche trasloco di troppo e i soldi che non sono mai abbastanza. Ne “La fine dei vent’anni” c’è l’amore non raffinato, quello senza tanti giri di parole, senza spiegazioni esemplari, che basta dire “quello che mi manca sei tu”. C’è la famiglia, il lavoro e la forza di restare insieme nonostante i problemi. Non è più tempo di essere adolescenti arrabbiati e ribelli, ma di accettare le cose e le nostre stesse debolezze; provare a smetterla di pensare che l’attacco sia la migliore difesa, forse addirittura smetterla di difendersi. Tra le percussioni senza sosta di “Prima o poi ci passerà”, gli accompagnamenti della chitarra acustica, virate pop e i mantra delle frasi che si ripetono, Motta ci consegna tra le mani un disco che scotta di verità. L’ispirazione de “La fine dei vent’anni” trova forma e armonia, diventa chiara nelle sue contraddizioni e fa venir voglia di arrendersi (nel senso buono, s’intende), di lasciarsi attraversare dalle cose senza paura e saperle guardare da un altro punto di vista. Un primo album esemplare che, siamo pronte a scommetterci, si farà ricordare in questo 2016.