Mi hanno insegnato che una donna può tutto e che la strada della parità dei diritti, in ogni contesto, è l’unica via per la civiltà. Ho sempre avuto intorno persone che concordavano su questo per mia grande fortuna, e ne ho avuta anche quando ho frequentato una facoltà tipicamente maschile. Per tutte queste motivazioni la prima volta che ho provato l’impulso di gridare, rivolta ad una donna, “QUESTI SONO PREGIUDIZI SESSISTI!” è stato un trauma, nonché l’innesco per le riflessioni che mi hanno portata, oggi, a definirmi femminista.

Seguivo nello studio questo ragazzetto privo delle più elementari buone maniere, gli spiegavo la fisica per 4 ore a settimana, mentre lui mi fissava con sguardo bovino. Prima dell’ultima sessione di lezioni mi ritrovai a conversare con sua madre; sosteneva che la scelta del figlio per l’università fosse proprio Fisica e alla mia osservazione sulla necessità di andare all’estero per fare ricerca, mi rispondeva sorridendo:“Ma si, non c’è problema, in fondo lui è un ragazzo, può andare dove vuole. Noi donne siamo più tenere, dobbiamo pensare alla famiglia, ai nostri compagni. Del resto, tu stessa sei rimasta in Italia, no?”

Dopo questi anni lui non ha mai frequentato la facoltà di fisica e io ho lasciato la ricerca dopo un po’ perché non mi divertiva più come prima, e non certo perché sono una donna. Ma ditemi in tutta sincerità: era un pregiudizio sessista quello della signora? O ero io “inopportunamente” femminista e poco tollerante?

La rivelazione: sarò mica femminista?

Nonostante la propensione naturale a condividere le nozioni base del femminismo ho sempre avuto paura di definirmi tale per pregiudizi derivati dalla mia disinformazione e per paura delle etichette. Quella della parità dei diritti, per me, è una posizione istintiva e nessuno mi ha mai parlato di storia del femminismo. Quante autrici avete studiato nella letteratura? E sentiamo, oltre a Marie Curie, quante scienziate sono presenti nei libri di fisica e matematica?
Quando poi ho capito che in fondo io e le femministe parlavamo la stessa lingua, mi sono detta che era il caso di aggiornare il mio status e rendermi conto che sì, sono femminista e no, nessuno può togliermi il diritto di definirmi tale. Il “mio” femminismo ha a che fare con la parità dei sessi, la consapevolezza, il confronto e supporto delle tematiche del mondo femminile. Si tratta di essere informate, di capire, di ragionare sul posto delle donne e sulla cultura patriarcale dominante senza particolari diktat: non c’è un unico modo di essere femministe, ci sono solo obiettivi comuni.

Il cattivo femminismo

Mi sono chiesta spesso, però, se non fossi una cattiva femminista e di motivi ne ho avuti parecchi:

  • non ho mai preso parte alle pochissime manifestazioni sul tema 
  • non ho avuto una formazione accademica femminista, ammesso che esista
  • continuo a studiare e ad informarmi e ogni giorno scopro punti di vista nuovi di cui non conoscevo l’esistenza
  • leggo più testi inglesi e americani che italiani

Quindi, ricapitolando: sono potenzialmente una cattiva femminista che odia le italiane e per di più parla di cosmetica, l’argomento frivolo per antonomasia, su un magazine femminile.

L’occasione del mio riscatto è arrivata quando ho letto Bad Feminist di Roxane Gay, scrittrice, autrice, docente e blogger americana, che ha focalizzato gran parte della sua produzione letteraria sul femminismo e sui temi razziali. Nei saggi della sua raccolta, Bad feminist per l’appunto, Roxane sviluppa un percorso pieno di riferimenti profondamente radicati nella cultura pop americana (ci sono persino capitoli dedicati a Katniss Everdeen, The hunger games e Lena Dunham) prendendo posizione in molte delle questioni critiche per l’epoca contemporanea. Si parla di stupro, di relazioni con l’altro sesso e di come il femminismo sia un percorso personale, che può svilupparsi in molti modi, con mille influenze diverse, ma che arriva sempre ad un unico risultato: la parità sociale, politica ed economica fra i sessi.

Non sono molto pratica di storia del femminismo. Non sono così esperta di testi chiave del femminismo come vorrei essere. Ho degli interessi e caratteristiche e opinioni personali che probabilmente non si allineano col femminismo convenzionale, ma sono comunque una femminista. Non riesco a spiegarvi a parole come sia stato per me liberatorio accettarlo.

E ancora:

Sono piena di contraddizioni, come tutti, ma allo stesso tempo non voglio essere trattata di merda solo perché sono una donna. Sono una cattiva femminista. Preferisco essere una cattiva femminista piuttosto che una “non femminista”.

Tutti dovremmo essere femministi

Ma nel mio percorso di femminista il ruolo più importante è stato quello di Chimamanda Ngozi Adichie che in un pamphlet di 50 pagine ha sintetizzato il suo pensiero con garbo e decisione. Comprate We Should All Be Feminists, da un anno circa c’è anche l’edizione italiana di Einaudi Dovremmo essere tutti femministi, regalatelo a sorelle, mamme, figlie, amiche e vicine di casa e quando avrete finito il giro cominciate a regalarlo a fidanzati, mariti, fratelli, padri etc etc. Non potranno che amare questo libretto.

Chimamanda ngozi adichie per Vogue uk

Chimamanda Ngozi Adichie fotografata da Akintunde Akinleye per Vogue Uk

Chimamanda demolisce con precisione chirurgica i pregiudizi sul femminismo: chi l’ha detto che le femministe sono sempre arrabbiate? E poi perché ci sono ancora poche donne che ricoprono ruoli di rilevo nelle aziende? Perché guadagnano meno degli uomini? Perché alle donne si insegna solo ad essere gentili, carine, a modo? 

Diciamo alle ragazze, ‘Puoi essere ambiziosa, ma non troppo. Devi puntare al successo, ma non troppo, altrimenti spaventi gli uomini. Se sei “quella che porta il pane a casa” nella relazione con un uomo, fingi di non esserlo, soprattutto in pubblico, altrimenti lo priverai della sua mascolinità.’

In un crescendo di parole la scrittrice nigeriana arriva a dimostrare l’impensabile per gli stolti, la normalità per le persone civili: tutti dovremmo fare del nostro meglio, uomini e donne, e diventare femministi, cioè lavorare per l’uguaglianza e il rispetto reciprocoMa la strada da fare è ancora lunga. E non solo la mia, ma quella delle coscienze civili di tutti.
Se per esempio l’attuale premier canadese, Justin Trudeau, diventa un fenomeno da baraccone sulla nostra stampa quando si definisce femminista, la deduzione è che gli uomini e alcune donne italiane non sono ancora pronte per certi discorsi.

Il sessismo delle donne

Nella nostra formazione come donne ci deve essere spazio per il femminismo e per quella spia che si deve accendere quando sono le donne stesse a diventare sessiste. Come la madre del ragazzetto dallo sguardo bovino, come quelle dal facile giudizio sui social network. Ma questo non vuol dire “diventiamo amiche di tutte in un mondo pieno di unicorni rosa”. Piuttosto, dati gli unicorni per scontati, impariamo dalle altre donne, rispettiamole, cerchiamo di capire invece che giudicare come se fossimo copie carbone degli uomini.

Caitlin Moran, scrittrice e giornalista inglese, dedica al sessismo parole molto convincenti nel suo How To Be a Woman, in Italia diventato Ci vogliono le palle per essere una donna: Storia di una femminista a sua insaputa edito da Sperling & Kupfer.

Non penso che il sessismo sia una questione “Uomo contro Donna”. L’uomo in questione non è L’Uomo in quanto tale. A volte L’Uomo è una donna.

Il libro descrive la sua formazione come donna adulta, ma non è un manuale, piuttosto il racconto di una vita normale, di una adolescenza tormentata come quella di tutte, della scoperta della sessualità e dell’amore senza il mondo plastico e sintetico costruito dalla pubblicità, dai magazine femminili patinati, dagli uomini.

È tecnicamente impossibile per una donna mettere in discussione il femminismo. Senza il femminismo non ti sarebbe nemmeno permesso di fare un dibattito sul posto della donna nella società.

Semplice.

Fuck8 campagna a favore del femminismo

L’unica conclusione possibile

L’ho imparato dai libri e gli articoli che ho letto in questi anni, dalle loro autrici e dalle donne che ho conosciuto, ma in fondo l’ho sempre saputo: il femminismo è una necessità per ogni essere umano dotato di intelligenza, ma è anche una mia necessità personale. Perdere tempo a discutere se è questo o meno il modo di diventare una brava femminista, francamente, non mi interessa più di tanto. Il femminismo non è stato e non sarà mai univoco, ma avrà le voci di ognuna di noi e dei nostri percorsi.