Jeff Buckley, You And I

È bastato un solo disco in studio, “Grace”, per consacrare Jeff Buckley tra gli artisti più amati degli anni ’90 (e non solo). La sua musica ha toccato note di verità altrimenti inafferrabili, la purezza unica di un’emozione non filtrata che scorre sottopelle. Protagonista assoluta una voce trasparente, che cresce per liberarsi, mantenendo sempre la grazia propria delle cose fragili. La notte del 29 maggio 1997, l’acqua del fiume Mississippi lo trascinò via con sé a soli 30 anni.

Febbraio 1993, pochi mesi dopo aver firmato un contratto con la Columbia Records, Jeff Buckley è nello studio Shelter Island Sound di Steve Addabbo per le prime registrazioni. “You and I” è una raccolta di quegli attimi: tante cover, la primissima versione acustica di “Grace” e una canzone che è (letteralmente) un sogno, “Dream of You and I”. Jeff Buckley ha sempre incluso nel suo repertorio molte cover, sin dai tempi del Sin-é, il piccolo club dell’East Village di New York dove tutto ebbe inizio. In “You and I” ritroviamo omaggi agli artisti più disparati, dai Led Zeppelin agli Sly & the Family Stone; si inizia con Bob Dylan per finire in bellezza (e in lacrime) con la struggente “I Know It’s Over” degli Smiths.

Any time I take a cover and wear it on my sleeve, it’s because it had something to do with my life and still marks a time in my life when I needed that song more than anything ever.” (Jeff Buckley, Plane Truth fanzine, intervista del 1994)

Ogni volta che viene pubblicato materiale postumo di artisti morti troppo presto, la bagarre sulla monetizzazione della memoria è sempre in agguato. Nel caso di “You and I”, la polemica è ancora più viva dato l’elevato numero di cover e la raccolta di brani già reperibili sul web da anni in versione bootleg. A gestire e curare l’eredità musicale di Jeff Buckley è la madre, Mary Guibert, che ha trovato queste registrazioni come diamanti grezzi negli archivi della Sony mentre cercava materiale per l’edizione celebrativa dei 20 anni di “Grace”. Se per un attimo riuscissimo a uscire dall’ottica commerciale, magari potremmo tornare a vedere anche il lato umano, quello che riflette il gesto di una madre per ricordare e onorare l’arte di un figlio perso troppo presto, in un secondo che ha trasformato un giorno qualunque in una data che si sarebbe ricordata a malincuore per sempre. Cercando il marcio non si fa altro che crearne altro, anche dove magari prima non c’era. Forse dovremmo semplicemente smettere di fare tanto rumore per nulla, limitarci ad abbracciare la bellezza nella sostanza delle cose. A quel punto resta la musica, e magari ti fa pure felice.