Da sabato non si parla d’altro, sui social network, sulle pagine Facebook dei più importanti magazine di arte e pop italiani, la notizia è una: Blu ha cancellato tutti i suoi murales (almeno quelli superstiti) a Bologna. Ci ho messo un po’ a capire qualcosa in mezzo a tutto questo putiferio. Non sono una storica dell’arte, né un’artista, non vivo a Bologna quindi non conosco bene le realtà underground del capoluogo emiliano, ma sono un’appassionata di street art, da anni.

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Il problema sul diritto di proprietà nelle opere di street art, sia legali che illegali, è complicato. Una volta che è stata fatta, di chi è quell’opera muraria? Chi se ne deve prendere cura? Chi deve restaurarla se viene imbrattata? C’è differenza se l’opera è stata fatta legalmente, quindi su commissione, oppure se è un dono gratuito dell’artista alla città, anche se magari commesso nell’illegalità? Se Blu, o chiunque altro, venisse a fare un’opera d’arte sul muro di casa mia, io cercherei di preservarla, sia dalle intemperie, sia dai tags di altri writer, sia da chi vorrebbe impossessarsene per poi rivenderla. Di questo ne parlavo mesi fa anche con Alice Pasquini (qui): è inevitabile che un’opera fatta in esterno sia destinata a una vita breve, ogni artista lo sa, anzi in molti casi sono proprio gli artisti i più curiosi nel vedere come si trasforma il proprio lavoro. Inoltre sempre con Alicè ci interrogavamo su chi può arrogarsi il diritto di decidere della bellezza di un’opera piuttosto che di un’altra: magari non mi va di alzarmi ogni giorno, aprire la finestra e ritrovarmi un “mostro” di 6 metri per 4 davanti al naso. Motivo per cui in linea generale ormai quasi tutti i grandi muri vengono commissionati, il progetto viene condiviso con i comitati di quartiere, con gli abitanti dei palazzi, per fare in modo che l’arte, il bello, sia da collante e da orgoglio per un quartiere, che troppo spesso è abbandonato a se stesso, fatto di palazzoni grigi ed anonimo. Mi vengono tantissimi esempi qui a Roma di festival che hanno riportato l’arte e il colore nelle periferie, spesso abbandonate dalle istituzioni, ma in cerca di riscatto (Big City Life a Tormarancia, SanBa a San Basilio, Muracci nostri a Primavalle, Street Heart a Tor Pignattara e MURo al Quadraro) . Ma poi ci sono artisti come Blu che cosparge di colori un intero palazzo a Ostiense, sempre qui a Roma, senza permessi, senza gallerie dietro, ma che comunque conquista tutti gli abitanti del posto, e anche tutti i romani.

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Ma cosa ha fatto così infuriare lo street artist italiano? Blu, prima di diventare uno street artist di fama mondiale e di trasferirsi nella Capitale, inizia a lavorare a Bologna. in vent’anni tante erano le sue tracce lasciate sia in centro, sia in periferia. Ma tutto è stato cancellato tra venerdì e sabato scorsi. Perché? Perché Blu protesta contro la mostra che inaugurerà la prossima settimana a Palazzo Pepoli, “Street Art, Banksy & co. L’arte allo Stato urbano”, organizzata da Genus Bononiae. Musei nella Città (“è un percorso culturale, artistico e museale, nato per iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, e articolato in palazzi storici restaurati e riaperti al pubblico, situati nel cuore di Bologna” è la definizione che trovate sul loro sito), presieduta da Fabio Roversi Monaco (che fino a due giorni fa per me era un perfetto sconosciuto, mentre se cercate bene su internet pare abbia ricoperto qualsiasi carica di potere a Bologna, passando dall’accademia, alle banche alle fondazioni, comanda indisturbato da oltre vent’anni in città). Quale sarebbe la colpa di questa fondazione? Di aver nei mesi scorsi saccheggiato la città, andando a staccare dai muri delle opere, per poi poterle esporre all’interno della mostra, senza aver avuto il consenso degli artisti (lo conferma anche il curatore della mostra Christian Omodeo in un’intervista a Repubblica, che abbiamo intervistato qui). In realtà, non si tratta di veri furti, almeno non legalmente parlando, perché pare che i condomini o comunque i proprietari dei muri dove si trovavano le varie opere sono stati pagati, ma si tratta comunque di un furto “morale”, perché sempre nell’interesse di pochi, in tal caso di un pugno di famiglie, l’intera collettività è stata privata di un’opera d’arte, che ora per poter godere di queste opere dovrà pagare un biglietto per vederle. Ma poi alla fine della mostra a chi rimarranno le varie opere? Chi le rivenderà a prezzi ancor più pompati? Chi ne trarrà ancor più profitto? Non voglio giudicare la fondazione, le persone, perché non ho le basi e non conosco abbastanza bene i fatti, MA, anche solo l’ipotesi di aver “rubato” alla città delle opere per poterne trarre un profitto (più visitatori, più biglietti venduti, più soldi, of course) mi fa infuriare. Sono tante le mostre di street art in giro per l’Italia e nel mondo, nelle gallerie (solo a Roma al momento ce ne sono quattro), dove gli artisti espongono delle opere perché vengano vendute, perché sono sì artisti, ma devono pur guadagnare in qualche modo, devono pagare un affitto, le bollette, la spesa come tutti noi. Ma, a mio avviso, guai a chi tocca le opere che sono state donate alla comunità: i murales sono di tutti, sono fatti sulle facciate dei palazzi proprio perché possano esser fruiti gratuitamente da tutti. La street art nasce dal movimento del writing, nasce in strada e non la si può letteralmente staccar via per arricchirsi.

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Inoltre Blu non è nuovo ad azioni del genere. Già alla fine del 2014 aveva cancellato dei murales fatti a Berlino, perché nell’area dove si trovavano doveva esser costruito un complesso residenziale dal quale si sarebbe avuta una vista mozzafiato sulle opere e che proprio per questo motivo gli appartamenti sarebbero stati venduti a un  prezzo maggiorato, Blu è contro questa speculazione: ricoprire quelle opere è stato un gesto politico e sociale, un presa di posizione contro la speculazione immobiliare. Il ragazzo è sicuramente una persona coerente: come già fatto nella capitale tedesca, così copre tutte le sue opere anche a Bologna. Non solo, come gesto ulteriormente politico e dimostrativo, l’unico brandello sopravvissuto alla pittura grigia che ha coperto la parete dell’Xm è quello che vedete qui sotto. Rappresenta l’Atlantide, il cassero che dagli anni Novanta a Bologna è stato simbolo di cultura underground, punk e Lgbt. Lo sgombero dello stabile, avvenuto lo scorso 9 ottobre all’alba, ha inciso fortemente nella sensibilità della città e non solo: da San Francisco alle vignette di Zerocalcare, fino a The Guardian e Internazionale si è parlato di #AtlantideResiste e #AtlantideOvunque. Certo a Bologna bisognerebbe insegnare un po’ cosa è la coerenza: quelli che vogliono così tanto speculare sulla street art, perché poi non si indignano davanti a una condanna ad Alicè?

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Leggo poi la rubrica di Michele Serra e mi arrabbio ancora di più. Il famoso giornalista si schiera con il presidente del quartiere Navile, Daniele Ara, che accusa l’artista di aver privato i cittadini di opere che erano ormai diventate della comunità e lo accusa inoltre di aver voltato le spalle ai cittadini per fare un dispetto a Roversi Monaco. Il sindaco di Bologna si dice rattristato della decisione di Blu e si augura che l’artista possa tornare a dipingere nel capoluogo con l’assicurazione che nessuna delle sue opere sarà usata a fini commerciali. Ma io mi chiedo: tutta questa gente dove stava quando nei mesi scorsi i muri venivano deturpati e privati delle loro opere d’arte? Dov’era tutto il loro dispiacere? La comunità si sente orfana solo quando è l’artista a decidere la sorte delle proprie opere?

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Alcuni si chiedono se non sia tutta un’operazione mediatica ad opera di Blu, perché dicono che poteva mettere in atto questa protesta politica, perché di politica si tratta, mesi fa quando hanno iniziato a staccare le opere per la mostra. A queste persone voglio rispondere che no, non poteva farlo prima, perché non avrebbe avuto la stessa attenzione da parte di tutta Italia. Ha scelto il momento adatto affinché la notizia raggiungesse la giusta risonanza, per riportare la street art in strada, per far riflettere tutti, non solo i bolognesi, sulla vera funzione pubblica dell’arte urbana.
#IOSTOCONBLU, perché sono contro la speculazione della street art, contro l’incoerenza delle istituzioni, contro chi fa finta di non vedere quando non fa comodo, ma che invece vede e si indigna quando meno dovrebbe farlo.

“a Bologna non c’è più blu
e non ci sarà più finchè i magnati magneranno
per ringraziamenti o lamentele sapete a chi rivolgervi”

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Credit: Ericailcane

Photo Credit: www.wumingfoundation.com