Vi hanno mai rivolto complimenti per la vostra bellezza, la camminata, l’abbigliamento mentre eravate in giro per la strada facendo semplicemente i fatti vostri? E vi è mai capitato, poi, che a seguito di una vostra non reazione vi abbiamo detto che dovevate sorridere, perché in fondo era un complimento? Cosa avete provato in quel momento?

Cominciamo ad entrare nell’ordine di idee che ogni esternazione aggressiva, flirtante e, allo stesso tempo, non richiesta è una molestia. Ma preciso ulteriormente: ogni esternazione che vi mette a disagio, vi spaventa, che oltrepassa il normale rapporto di cortesia fra esseri umani è una molestia.

L’artista americana Tatyana Fazlalizadeh ha sintetizzato questi semplici concetti in un progetto artistico dal nome inequivocabile: “Stop telling women to smile”, smettetela di dire alle donne di sorridere, non siamo tenute a rispondere.

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Il progetto raccoglie ritratti disegnati dalla stessa Tatyana a seguito delle conversazioni con donne che con lei hanno condiviso l’esperienza delle molestie verbali per strada, il sexual harassment che tanto tiene banco sui media americani. Donne forti, fiere, indipendenti, alle quali l’artista chiede di trovare la frase che avrebbero voluto usare in quel contesto per chiudere lì la storia e ristabilire la giusta distanza.

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Tatyana stampa ogni singolo ritratto delle sue interlocutrici e a aggiunge la frase scelta, dando un diritto di replica plateale, inequivocabile, fermo. Ogni stampa viene poi affissa sui muri di New York e di tutte le città in cui il progetto ha attecchito: Città del Messico, Chicago, ma spuntano anche i primi manifesti in tedesco e in francese.

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Questo è un progetto che affronta la violenza sulle donne da un punto di vista inedito ed estremamente sottovalutato. La violenza è anche in una parola invadente detta per strada, dove una maglia scollata, una gonna corta, o anche solo un tatuaggio visibile e un colore di capelli inusuale possono diventare un invito all’interazione agli occhi di certi uomini. Cosa può innescarsi poi nella mente di una donna? La paura di non sentirsi più sicura, il dubbio che se non rispondi e non lo tieni a bada ti possa seguire fino a casa, oppure semplicemente la sensazione che un estraneo si appropri di una tua caratteristica fisica, la commenti e ti estorca una reazione. Come se dovessi loro qualcosa, come se tu fossi lì per il loro divertimento.

Citando ancora le interviste di Tatyana.

“You’re supposed to be so grateful […], but if i pay attention to all of you i’m a whore. So, what i’m supposed to do.”

Qual è la soluzione? Il passo più scontato che ci sia, ma che non vediamo ancora: il rispetto per la donna e la sua individualità deve diventare elemento chiave nell’educazione degli uomini, perché solo così si combatte la convinzione che il sessismo sia solo una fantasia femminista.

Ma allo stesso tempo che il rispetto diventi anche pratica comune per le donne, perché non si dica mai più che qualcuna se l’è andata a cercare, nemmeno negli stupidissimi commenti di Facebook buttati lì quando vi annoiate.

Nel caso in cui non siate ancora convinti della pericolosità di certi fenomeni radicati anche nella cultura occidentale, provate a guardare il corto Oppressed Majority, del 2014, girato dalla filmaker francese Eleonore Pourriat. Per un giorno vengono invertiti i destini: sono gli uomini a subire le discriminazioni sessiste con un susseguirsi di situazioni tragicomiche, vissute almeno una volta nella vita da tutte noi. Quando poi l’uomo in bermuda, camicia e infradito subisce una aggressione da parte di un gruppo di teppiste, arriva in soccorso sua moglie. Lo abbraccia, lo bacia, lo rassicura, ma poi, inesorabilmente, rincara la dose.

OPPRESSED MAJORITY corto

Non è la donna “in potenza” ad attrarre certi atteggiamenti, ma il troglodita “in atto” a doversi comportare in maniera civile.

(credits: Tatyana Fazlalizadeh, Eleonore Pourriat)

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