Vinyl

Ogni giorno la nostra attenzione è parcellizzata tra migliaia in input lampo: messaggi whatsapp, mail, spot pubblicitari, canzoni shazammate dopo cinque note… Nello spirito del tempo botta e risposta, dei pensieri in 140 caratteri, quante volte abbiamo preferito guardare la puntata di una serie tv piuttosto che un film? Un morso alla volta, in poco tempo possiamo farci un’idea e se il pilot ci ha incuriosito ci sentiamo sazi quanto basta per restare in attesa dell’episodio successivo. L’emittente statunitense HBO a febbraio ha lanciato quella che si preannuncia una delle serie top del 2016: Vinyl. La produzione, firmata Martin Scorsese e Mick Jagger, punta lo sguardo sulla New York anni ’70 raccontandoci i retroscena della scena musicale dell’epoca. L’ascesa del rock e del punk con protagonista il boss di un’etichetta discografica sull’orlo del fallimento: Richie Finestra e la sua American Century Records.

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Sul punto di vendere la compagnia, il discografico viene letteralmente travolto da un’epifania che gli dà la forza di continuare a lottare per tenere in vita la sua etichetta. “L’accordo è saltato, non vendiamo più la compagnia […] voglio roba nuova, fresca, veloce ed eccitante”; ed ecco che nel caos delle strade newyorkesi parte la ricerca a nuovi talenti su cui puntare. Richie Finestra sembra essere un po’ una mosca bianca nel famelico mondo dell’industria musicale, in cui gli artisti non sono nient’altro che prodotti da vendere alla maggior fetta di pubblico possibile. Quel che il boss dell’American Century cerca sono diamanti grezzi, artisti in grado di spezzare in due la patina di superficie per smuovere gli animi. “Ripensate alla prima volta che avete sentito un pezzo che vi ha fatto ballare o scopare, o venire voglia di prendere qualcuno a calci. È proprio questo che voglio”.

In Vinyl lo stereotipo “sesso, droga e rock ‘n’ roll” è viscerale; tra cocaina, criminalità e attitudine punk ci sono però anche tante sorprese splendenti: prima su tutte, ovviamente la musica. La colonna sonora cattura l’eclettica energia degli anni ’70 ed è incredibile come ogni momento, ogni situazione di vita raccontata, sia ricondotto alla musica stessa. Tra i classici dell’epoca, i brani originali prodotti per la serie e le cover registrate da artisti contemporanei, nei momenti cruciali e di tensione ecco apparire anche i grandi degli anni ’50 (Jerry Lee Lewis al piano e l’inconfondibile chitarra di Bo Diddley), quasi fossero serbatoi di calma e sicurezza per il protagonista. È divertente e interessante anche cogliere i vari riferimenti a noti personaggi dei tempi: Lou Reed, i Velvet Underground & Nico, Alice Cooper, Andy Warhol e la sua Factory… Curiosità: il leader dei Nasty Bits, la band scommessa dell’American Century, è interpretato dal figlio di Mick Jagger. Dobbiamo ammettere che il pilot è un po’ pesante, troppe informazioni spalmate in quasi due ore di episodio, ma superata la prima puntata i ritmi tornano negli standard, 50 minuti, un boccone per volta per esser trascinati dritti dritti sul solco del vinile. E ora stiamo girando fortissimo, in pieno groove seventies.