Sembrava che in Italia non si potessero fare i film coi supereroi. Certo, direte, i soldi, e poi gli effetti speciali e la competizione con Hollywood che ha grandi nomi e enormi produzioni. Rischioso, molto rischioso provarci qui da noi. Ci vuole il coraggio di un giovane, e pure un po’ di sana incoscienza come quella che ha dimostrato di possedere Gabriele Mainetti girando il suo “Lo chiamavano Jeeg Robot“.

Una sorpresa, una novità assoluta, ci insegna come sia possibile fare un film su un supereroe tutto italiano, senza copiare l’America, e producendo un film strabiliante, divertente e politico, d’intrattenimento e contenuti, duro e tenero al tempo stesso.

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In una Roma flagellata dal terrorismo, con bombe che scoppiano in mezzo alla strada ogni giorno, il centro è dorato e la periferia più nera il rifugio di topi di fogna, ladri e reietti, lasciati a macerare nei casermoni di Tor Bella Monaca. Qui è lo stato di natura, si sopravvive e basta, un giorno alla volta, tenendo gli occhi bassi e camminando rasente ai muri oppure facendo la voce grossa, per non farsi calpestare.

L’eroe di questo film è un ladro da due soldi, ha lo sguardo annacquato di Claudio Santamaria appesantito nello spirito e nel corpo. A Enzo non importa niente di niente, solo di chiudersi la porta di casa alle spalle, spararsi un porno e addormentarsi senza sogni.

L’antagonista – come spesso accade il personaggio più interessante – è l’estro, la follia, il genio, il trasformismo di Luca Marinelli, i suoi enormi occhi di ghiaccio, il sorriso che si apre come una ferita a turbare il suo volto affilato, all’improvviso. Lo Zingaro vuole attenzione, della sua batteria e del mondo, di un mondo filtrato attraverso lo schermo di un telefonino, uploadato su You Tube, dove la violenza ha 5.000 mi piace, ma la vanità di più.

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Si muove questo sottotesto iper-attuale in uno schema classico, il peso dell’eroismo, buoni e cattivi nel grande insieme dei poveracci, tra le baracche e un Tevere radioattivo, un grande concerto dove stanno sul palco i diversi mentre il resto del mondo, la gente, è una massa informe che si trincera dietro gli schermi, come un enorme organismo robotico.

Perfino la bella (non può mancare in un film sui supereroi) ha il volto stropicciato di Ilenia Pastorelli, la mente confusa, l’unica a credere nell’amore, ma ancora di più a incarnare il passato fanciullesco di una generazione – la nostra – l’ultima cresciuta con la credenza in una netta separazione tra bene e male, eroi ed antieroi, giusto e sbagliato. Noi che abbiamo visto via via sgretolarsi questa convinzione e rimpiangiamo il passato, invocando nel cupo delle nostre camerette un Jeeg Robot qualunque, che venga a salvare l’umanità.

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Ci andrebbe bene pure questo qua di Mainetti di eroe, confuso e egoista. Saperlo lì, sul punto più alto del Colosseo, con una maschera fatta all’uncinetto e una forza sovrumana, a vegliare su una Roma sempre crudele e sempre bellissima, ci farebbe dormire più tranquilli.

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Beato chi ha l’anima e il cuore di dire cose importanti con uno sguardo semplice. Beato chi crede ancora ai supereroi.