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C’è chi dice che I Cani siano diventati mainstream. Qualunque cosa voglia dire è vero che ormai li conoscono in tanti, a giudicare dall’affluenza al concerto di ieri all’Atlantico di Roma. Sembra passato un secolo da quando l'”ennesimo gruppo pop romano” suonava con le buste di carta in testa al Circolo degli Artisti. Anche il pubblico de I Cani è cambiato: se una volta a guardarli trovavi coloro che concordavano con le ironiche critiche di Contessa sulle realtà antropologiche, sociali e culturali romane, oggi ad applaudirlo ci sono proprio loro: i pariolini di diciott’anni, Caterina coi suoi leggings fluorescenti, i pischelli con la faccia da cazzo, le coppie che vanno ai concerti tenendosi stretti, i nati nell’89 e le loro Reflex digitali, le reginette di Tumblr, insomma tutti, e tutti in piedi ad applaudire e a non capire.

Apre il concerto Calcutta, il nuovo cocco dei critici, il nuovo idolo delle adolescenti “coi problemi seri”, dei sempre precari, degli sfigati perenni intrisi di amori impossibili… insomma noi avevamo i Nirvana e voi c’avete Calcutta, non ho altro da aggiungere. Tutti si sbracciano e cantano a squarciagola, ma i testi son sempre gli stessi, le periferie ci hanno rotto, il lavoro non c’è e l’amore fa schifo, insomma brutte notizie che si sanno dal 1929, e a parte un buon batterista non ho molto altro da dire. Calcutta ringrazia Dal Verme (localetto del Pigneto per cantanti come lui) ed esce gongolante in mezzo ai petali di rosa e agli ormoni delle ragazzette confuse. Buon per lui.

Il concerto comincia in ritardo – I Cani hanno perso qualcosa – Contessa si scusa con un filo di voce e poi comincia a cantare. Le vecchie canzoni de Il sorprendente album d’esordio dei Cani e Glamour bisognerebbe ascoltarle ad occhi chiusi per evitare di guardarsi intorno e cadere vittime della rabbia o della malinconia. I coetanei di Contessa si sentono – non ho chiesto in giro, eravamo pochi, ma ci giurerei – esattamente così: “Ed io che sto a guardare e rido, di che rido io? Io che di nascosto vivo, io non vivo che nascosto, ed ho un po’ più di anni ma non so che cosa invidio”. Insomma l’angoscia, l’angoscia di non avere più vent’anni, di crescere e perdersi quella rimane una cosa tra noi e Contessa che urla a testa bassa, e anche lui ci giurerei non vuol guardare.

Con le canzoni di Aurora è tutta un’altra storia, una strada che parte e porta dolcemente al mare, passando per le montagne e le galassie con lo scontro generazionale che si fa più acceso nella confusione di quelli che ad ogni stacco urlano “Wes Anderson!” “Velleità!”. Finalmente I Cani cantano per noi, come hanno sempre fatto in fondo, anche se qualcuno si è perso per strada, anche se qualcuno ha tradito perché il Circolo degli Artisti ha chiuso e loro sono diventati troppo mainstream. Che poi mainstream che vuol dire se non capisce nessuno, se a comprendere siamo pochi davvero, le creature più sole di questo pianeta, animali strani, noi che non ci frega niente del sociale o del capitale e sappiamo soltanto che pure a sparire ci si deve abituare…

Il disagio di Contessa è ancora il nostro disagio, ed è anche il vostro, pure se non vi fa ridere oramai e non ci credete più. Non mi pare comunque un buon motivo per perdersi questo concerto e poi, se volete illudervi di avere vent’anni, c’è sempre Calcutta.