freekesha-cosebelle-00

Serve avere una buona considerazione di chi denuncia una molestia per stare dalla sua parte? Serve che abbia tutte le caratteristiche della povera sfortunata per essere pronti a crederle? La vittima di abusi sessuali deve essere necessariamente una piccola fiammiferaia acqua e sapone per essere considerata tale? Sentenza dopo sentenza, commento dopo commento, da anni parrebbe di sì. Se una minigonna basta per giustificare una brutta avventura in un vicolo e una vita poco regolare uno stupro di gruppo, l’immagine di popstar che come nickname Twitter sceglie @ke$hasuxx e canta di party che finiscono all’alba può fare altrettanto e molto di più.
La cantante americana Kesha (da poco ha cambiato il suo nome d’arte eliminando il simbolo del dollaro con una più sobria “S” e il suo nick Twitter in @Kesharose) nel 2014 accusa il suo produttore, Dr. Luke – uno dei più influenti, ha lavorato anche con Miley Cyrus, Britney Spears e Katy Perry – di averla molestata sessualmente e fisicamente e di averle somministrato droghe per poi approfittare di lei. Non solo, da dieci anni la relazione professionale è intrisa da molestie e attacchi al suo aspetto fisico, alla sua persona e alle sue capacità, tanto da averla costretta a frequentare una clinica per guarire dai disordini alimentari che questo costante controllo psicologico e mentale le avevano procurato.

freekesha-cosebelle-01

Kesha durante la lettura della sentenza venerdì scorso a New York

È sulla base di questi precedenti che la popstar ha iniziato un’azione legale contro Dr. Luke e di conseguenza contro la Sony, la major che controlla l’etichetta del produttore (la Kemosabe Entertainment) con cui Kesha ha l’obbligo contrattuale di lavorare per altri tre album. L’obiettivo di Kesha infatti è non solo vedere condannato Dr. Luke, ma poter continuare a lavorare e fare musica lontano da lui. È di venerdì scorso la notizia del rifiuto del giudice di sciogliere il contratto tra la cantante e l’etichetta. Non solo, il giudice non ha preso alcun provvedimento nei confronti di Dr. Luke (difeso dagli avvocati della major Sony) per mancanza di prove mediche e di “danni irreparabili” alla vittima, dando precedenza quindi all’accordo commerciale. Il produttore sostiene infatti di aver investito 60 milioni di dollari nella sua carriera e inizialmente aveva acconsentito a farla lavorare direttamente con Sony senza passare per la sua etichetta. Per Kesha invece la Sony aveva già fatto sapere che non avrebbe promosso un suo disco senza Dr. Luke.
Kesha è un personaggio pubblico molto famoso, nonostante ciò di questa vicenda si è parlato poco e soltanto da sabato, quando sono usciti numerosi articoli, tweet e hashtag di solidarietà #freeKesha e #boicottSony (su tutte Lady Gaga, Lorde e Ariana Grande) e Taylor Swift ha donato 250mila dollari per la causa. Perché? Magari perché nelle sue canzoni (peraltro prodotte dallo stesso Dr. Luke) dice cose come queste?

«And got no money in my pocket, but I’m already here. 
And now, the dudes are lining up cause they hear we got swagger. 
But we kick ‘em to the curb unless they look like Mick Jagger / I’m talking about everybody getting drunk, drunk
Boys tryin’ to touch my junk, junk. 
Gonna smack him if he getting too drunk, drunk». (Tik-tok)

 

freekesha-cosebelle-02

Fiona Apple su Instagram

Schermata 2016-02-22 alle 10.00.05 Schermata 2016-02-22 alle 10.00.43
Abbiamo bisogno di prove di fuoco per credere che l’accusa sia verosimile, per indignarci, per tutelare quella che comunque si dichiara come vittima? Non solo, in un mondo come quello dello showbiz può un’artista essere obbligata a lavorare con delle persone che accusa di molestie, di stupro, di violenze fisiche e verbali solo perché è stato firmato un contratto? Al di là della veridicità o meno delle accuse di Kesha, può un tribunale obbligare un lavoratore, seppur si tratti di una popstar, a lavorare con una persona che lui considera un criminale e un aguzzino? Non serve credere di default alle accuse di Kesha per capire che basterebbe, intanto, obbligare l’etichetta a farla lavorare con altri produttori e con lo stesso trattamento, al fine di conservare la sua salute mentale e il suo benessere creativo e psicofisico. Il giudice venerdì scorso non ha ritenuto questo punto tanto importante da renderlo obbligatorio, perché questo genere di contratti sono molto frequenti. È altrettanto frequente che il tuo produttore ti faccia prendere il GHB o Gamma Hydroxybutyrate – la nuova droga dello stupro – prima di salire in un aereo personale? È frequente che ti accusi di essere un’incapace e di essere sovrappeso (un frigo, così l’ha definita). È molto frequente invece non credere o ritenere meno verosimile il racconto di chi ha un’immagine pubblica molto femminile o addirittura sexy, a maggior ragione se fa parte del mondo dello spettacolo, dove pare scontato “darla” per arrivare e che gli uomini di successo abbiano a ragione stuoli di donne ai propri piedi. E che tutto sia tollerato, banale, normale. Questo sì è molto frequente.