Bienoise, Alberto Ricca

A dicembre è uscito per White Forest Records un album molto bello, di quelli che andrebbero inseriti al volo nelle classificone di fine anno. Le tempistiche non ci hanno permesso di farlo, ma una chiacchierata con Alberto Ricca aka Bienoise non ce la siamo fatte scappare. Date le distanze geografiche e gli anni che corrono, ho pensato che una chattata su Facebook sarebbe stata più “reale” di tante altre cose, e quindi eccoci qui a scoprire qualcosa in più su Bienoise e il suo bellissimo “Meanwhile, Tomorrow.

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Cosebelle: Inizio col dirti che il tuo album “Meanwhile, Tomorrow” è stato per me un colpo di fulmine, pur essendo uscito a dicembre, ad anno ormai chiuso, l’avrei tranquillamente messo tra i migliori dischi italiani del 2015 con un arrivo in volata. Ho letto che questo disco è rimasto in lavorazione per quasi 4 anni, è moltissimo tempo… quindi mi viene spontaneo chiederti se ti senti ancora vicino al mood di questi pezzi…
Bienoise: «Ti ringrazio! Ha avuto un successo addirittura superiore alle aspettative, c’è stato tantissimo interesse fin da subito ed è stato molto strano! Sì, ti confermo la durata dei lavori. Ovviamente ho fatto anche molto altro in questi quattro anni, ma molti pezzi sono del 2012, alcuno addirittura del 2011. Il rapporto con quei brani è strano, se consideri che in tutti questi anni, oltre a lavorarci, li ho anche suonati dal vivo tantissime volte nelle varie versioni… il che è stato molto utile per farli crescere nel modo giusto, testandoli in pista e capendo cosa non andava in suoni e struttura, però mi ha anche portato ovviamente a non poterne più di sentirli – e a quel punto pubblicarli è una grande liberazione! Quindi la risposta è sì, ci sono ancora molto legato ma è uno dei miei aspetti, non ciò che voglio fare sempre. Infatti, l’altro mio disco uscito quest’anno, Small Hopes of Common People (e certi brani anche di Meanwhile, Tomorrow, come “All the Future I Can Endure”) esplorano altre strade, anche non prettamente ballabili – come temo farò sentire in futuro rovinando tutto ciò che ho costruito in questi mesi ahah».

Un disco ad uscita catartica insomma…
«È un momento molto potente quello dell’uscita, significa davvero dirsi “adesso basta”. A volte dà un senso retrospettivo anche a tutto il lavoro, come in questo caso, visto che non è mai stato pensato davvero come un album di X tracce, ma sono brani che ho ritenuto sensato riunire».

E pare sia stata proprio una buonissima idea! Tu usi spesso campionamenti di vecchi film e documentari, un’estetica un po’ alla Boards of Canada… Questo ripescare pezzi di passato si affianca però ad uno sguardo molto curioso verso un futuro immaginato, come nel corto sci-fi di “Focus Numbers”, uscito giusto giusto un paio di settimane fa. Quindi sappiamo che ti piace attingere dal passato e sappiamo che il futuro che ti immagini è un po’ distopico, ma del presente che ci dici? Il tuo, di presente, da cosa è caratterizzato? 
«Credo sia normale attingere dal proprio passato, per me certe influenze sono diventate ovvie recentemente (e mi hanno fatto capire perché ancora oggi ritenga i Boards of Canada una delle cose migliori mai capitate alla musica). Sul futuro, non lo ritengo distopico, e non vorrei che il mio corto venisse interpretato troppo in quella direzione: è una storia, cyberpunk per la vicinanza temporale e tecnologica, ma senza troppa angoscia. Sinceramente ho grossa fiducia nel futuro e nella tecnologia, e non vedo come potrebbe essere diversamente. Il mio presente è molto strano: per tanti motivi, è sicuramente uno dei momenti migliori della mia vita, ma è strano che molte cose belle accadano attraverso uno schermo… detto ciò stiamo facendo l’intervista in questo modo proprio perché il presente è questo, quindi direi che mi lascio attraversare dallo spirito del tempo ahah! Non so dirti cosa penserò di questo momento tra una decina d’anni, ma finora non ho nulla da rimpiangere. A volte penso, al contrario, a cosa penserebbe il me bambino del me odierno, e mi fa piacere credere che mi riterrebbe uno fico».

“Il piccolo Alberto si immagina Bienoise” ahah!
«Sì, alla fine non sono neanche cambiato molto ahahah».

Guardando un po’ come si sono mosse le cose negli ultimi anni possiamo dire che la musica elettronica ha ricevuto parecchia attenzione in più anche in Italia.
«È vero, è un momento di focus sull’elettronica, focus che presumo durerà parecchio considerata la varietà del genere. Il timore è che moltissima gente si sia svegliata oggi dopo anni di rifiuto perché adesso l’elettronica è “la cosa in”. Fan gratuiti non dispiacciono mai, perché ovviamente questo fa bene al genere. Ed in generale, mi pare che sempre più proposte anche “difficili”, ritmicamente o sonoramente, vengano almeno accettate (non so se comprese, ma spesso non è importante). Quindi insomma, la mia visione è generalmente positiva, ma bisogna stare attenti a sfruttare l’hype per educare e non solo per mungere quelli che salteranno sul prossimo carrozzone».

Ti sei ritrovato più volte a suonare accanto a dei big della scena internazionale, in occasione dell’edizione di Tokyo di Red Bull Music Academy e dei “nostri” Club to Club e RoBOt festival. Che aria si respira nel backstage di contesti così importanti, stando insieme a nomi che stanno facendo la storia del genere?
«Sono uno abbastanza introverso, quindi difficilmente vado a importunare chi so essere stanco o concentrato su ciò che sta per fare, ma il clima è generalmente molto cordiale quando non estremamente rilassato. Di attacco al catering, diciamo».

Ahah immagino! …discorso verissimo quello sull’hype del momento che andrebbe sfruttato in modo intelligente, diciamo…
«Sono artisti e organizzatori a doversene rendere conto, ovviamente. E il pubblico a dover essere curioso e a dover stare in sala ad ascoltare e non solo taggarsi nel luogo e stare a fumare».

Tornando al tuo disco, ci sono due pezzi che hanno dei titoli che mi incuriosiscono molto: “Dà Vita” e “Stanzino Studio”, gli unici non in inglese. Ci sveli un po’ di retroscena?
«Sono abbastanza anarchico sui titoli. Ultimamente ci rifletto molto perchè cerco di spremere tutto il significato possibile dalle tracce e quando un brano mi comunica molto a partire dal titolo, generalmente me lo ricordo più volentieri. Ti faccio un esempio: l’unione di testo e titolo di “I never learnt to share” di James Blake è perfetto, racconta una storia completa tracciandone solo sommariamente i contorni. Tornando ai pezzi… Stanzino Studio si riferisce ad un luogo, dove avevo lo studio prima di trasferirmi. Non era granché (anzi, era gelido minuscolo e disordinato), ma per tanti motivi anche e soprattuto extramusicali ha significato molto per me. Il brano ha anche un titolo alternativo, Wide People, che però ho deciso di non usare proprio perché Stanzino Studio è più curioso ed è un tributo che volevo mantenere. Dà Vita, invece, ha una storia bellissima. Un giorno Noumeno, mio caro amico ed ottimo produttore appena uscito su Haunter, mi scrive, raccontandomi un sogno. In questo sogno, io pubblicavo un brano su Bleep, e il brano si intitolava Dà Vita, e a quel punto non potevo non usare il titolo, che tra l’altro è anche bellissimo. Poi un brano su Bleep l’ho effettivamente pubblicato, ma dopo aver intitolato un brano faccio fatica a separare titolo e musica, quindi All the Future I Can Endure (che sta nella compilation di The Italian New Wave) è rimasta con quel titolo».

Hai ragione è proprio una bella storia! Come ultima cosa vorrei chiederti qualche info in più riguardo a un tuo nuovo progetto di cui non si sa ancora molto! Merchants, in cui collabori con Davide Amici. C’è un’uscita discografica in programma?
«Yep, anche coi Merchants ci siamo, recentemente abbiamo finito tutti i mastering e l’album è pronto. Qua e là su internet potreste anche trovare qualcosa da ascoltare, soprattutto la preview di Palace che descrive abbastanza bene l’atmosfera del progetto, che è comunque molto vario. Cerchiamo di evocare musiche di luoghi inesistenti, nel modo meno didascalico possibile, con forti influenze techno e dub, ma anche free jazz e dalla musica popolare di tutto il mondo. Sono felice anche perché è un progetto diverso da tutto ciò che faccio, dalla forte potenza e coerenza estetica, e credo mi piacerebbe ascoltare musica del genere – se non fossi io a farla e dovessi ascoltarla alla nausea».

Ottime notizie per finire questa chiacchierata in bellezza! Allora aspettiamo curiosi e impazienti il disco! Grazie e a questo punto anche un “in bocca al lupo” per i Merchants!
«Grazie a voi e viva il lupo, come mi insegnano i cacciatori delle mie parti!».