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Lastricata di buone intenzioni è la via dell’Inferno.

Mettiamo il caso, strumentalizzando l’insegnamento di Leibniz, che l’uomo sia una monade. Un mondo concluso di incomunicabilità, un atomo indivisibile condannato ad urtare gli altri elementi senza possibilità di penetrazione. Questo essere, gettato nel mondo come una pallina da biliardo, ha bisogno dei suoi simili per conservare la propria esistenza. Eppure, poiché tremendo è il destino dell’uomo, egli è incapace di mettere a disposizione degli altri la propria essenza, che resta di suo e di suo soltanto dominio. Ne deriva un carnevale di maschere, da mettere e togliere a seconda dell’occasione e del fine, ed una colpevole solitudine, che offre alla menzogna lo scettro della sua vanità.

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Di questo parla l’ultimo film di Paolo Genovese, Perfetti Sconosciuti, una (tragi)commedia dove si ride molto e si ride amaro, che trae spunto dall’annosa questione: è meglio una beata ignoranza o una terribile verità? Nel caso specifico del film la domanda viene declinata sulla questione dell’essere – essere se stessi fino in fondo o non esserlo, questo è il problema – con una virata sull’impatto devastante della tecnologia sul controllo delle nostre vite interiori.

Il gioco, si sa, è questo: nel corso di una cena tra amici di vecchia data (un filone cinematografico francese che sta riscuotendo una discreta fortuna anche qui da noi) si propone di mettere tutti i cellulari dei partecipanti sul tavolo, e che tutto ciò che compare sul display nel corso della serata sia condiviso con gli altri. Un gioco pericoloso, che punirà duramente tanto gli ingenui promotori del “non ci sono segreti tra noi” quanto le truppe armate del “ognuno di noi ha un segreto”.

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Il bravissimo Mastandrea con le sue battute sparate a raffica, intrise del cinismo malinconico del romano doc, non bastano a ridimensionare il peso di un sottotesto che scalza via ogni comicità, gettandoci al cospetto delle nostre più ardite paure. Su tutte, appunto, che ci sia definitivamente impossibile conoscere perfino colui con il quale condividiamo ogni risveglio, che l’ipocrisia sia il pane col quale facciamo colazione ogni mattina, e la verità un lusso, caviale e champagne, un mero esercizio di stile.

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E sebbene parteggiamo per loro, perché sono come noi – gli amici del liceo, le coppie indissolubili, le mogli nevrotiche, gli innamorati, i diversi – presto ci accorgiamo che non c’è consolazione né per quanti hanno scelto di non vedere, né per quelli che si sono nascosti. Insomma, è un massacro. Ne esce un po’ meno malconcio soltanto quello tra noi che per amare si mette al lavoro. La verità è un esercizio, la sincerità il dovere del coraggioso. Ci rende vulnerabili e imperfetti, imperfetti sì, ma conosciuti a noi stessi e a disposizione dell’altro. Si tengano dunque lontano dall’amore i pigri, i codardi, i furbetti, ma pure gli idealisti e i creduloni.

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L’amore passa per un’incrinatura, una ferita nel guscio della nostra monade di vetro. Chi non è disposto a rotolare giù per il fianco impervio dell’altrui debolezza, chi non rischia il fallimento, non sopporta la paura di certo non merita la verità, ma una sequela di illusori conforti, che delle persone hanno le fattezze, ma non l’anima né tantomeno il cuore.

Insomma se non siete pronti, se vi pare troppa fatica, fatevi un favore: tirate fuori un bel mazzo di carte, tenete in tasca il cellulare.